SOSTENIBILITÀ

La carica dei ”frugali virtuosi”

La proposta dell’economista e filosofo francese Serge Latouche

Statistiche, mercati, opinionisti sono tutti concordi nel dire che il modello economico attuale presenta gravi limiti e contraddizioni sotto il profilo ambientale, sociale e persino culturale. La crisi non solo interroga, mette in difficoltà giovani e famiglie. Ma la questione che Serge Latouche ha posto il 12 marzo intervenendo a un incontro alla periferia di Roma, è un’altra, ancora più profonda: "Ma questo sistema ci rende felici?". E se la risposta è "no" – ha aggiunto – occorre allora chiedersi se l’attuale sistema economico di consumo sia a questo punto oltre che "sostenibile" anche "auspicabile". Serge Latouche, economista e filosofo francese di fama mondiale, è conosciuto universalmente per la "Teoria della decrescita" che rappresenta un cambiamento radicale nella concezione dell’economia, dei rapporti sociali e umani. È in questi giorni a Roma dove partecipa a vari appuntamenti per parlare di "decrescita serena" e di "come uscire dalla crisi". Maria Chiara Biagioni per Sir Europa lo ha seguito.

Tra qualche anno la festa sarà finita. "Viviamo in una società di crescita e di consumo – ha esordito Latouche – che con la globalizzazione è stata fagocitata in un’economia che ha posto come suo fine ultimo la crescita per la crescita". Un sistema che, per sostenersi, ha bisogno di tre forme di illimitatezze: l’illimitatezza nella produzione, l’illimitatezza nella creazione di bisogni artificiali e superflui, l’illimitatezza nella produzione di inquinamento e rifiuti. Oltre poi a sviluppare diseguaglianze e frustrazioni, ha detto Latouche, la società dei consumi è comunque un sistema "insostenibile e incompatibile con un pianeta finito". Lo attestano i diversi rapporti sullo stato di salute del pianeta terra, a partire dal V rapporto sul cambiamento climatico che sarà presentato tra qualche mese. Dito puntato contro i Paesi occidentali che pur rappresentando solo il 20% della popolazione mondiale hanno un consumo che è pari all’86% delle risorse naturali. Latouche li ha descritti utilizzando la parabola del "figliol prodigo": "Viviamo più sul patrimonio che sul reddito e questo sistema non può durare all’infinito. Tra il 2030 e il 2070, la festa sarà finita".

"Questo sistema ci rende felici?". È la domanda che Latouche ha posto ai suoi interlocutori. "Fino agli anni ’70 – ha detto – il benessere è coinciso con il ben-avere. Dopo, il benessere è via via diminuito". Tre sono gli indici utilizzati per attestare il livello di felicità di un popolo: la speranza di vita alla nascita; l’impronta ecologica e il sentimento soggettivo di felicità, dato quest’ultimo in cui convogliano anche il numero dei suicidi e il grado di occupazione. Secondo questi indici, su scala mondiale l’Italia si trova al 66° posto e gli Stati Uniti al 150°. Sono dati – ha commentato l’economista francese – che evidenziano come "il benessere non dipenda da un livello di consumo" ma da "valori non mercificabili" come "la ricchezza di una vita sociale, l’amicizia, i beni relazionali". "Un popolo felice – ha argomentato Latouche – non consuma".

L’abbondanza frugale e l’agenda politica. "La società dei consumi, dunque, è insostenibile e non auspicabile. Dobbiamo uscirne. Ma per andare dove? Per andare – ha detto l’economista francese – verso una società di abbondanza frugale". Che non significa tornare indietro nel tempo. Significa piuttosto "limitare i nostri bisogni, questa è la frugalità". L’"utopia concreta" di Latouche gira attorno a 8 verbi: "Riconvertire, ristrutturare, rilocalizzare, ridistribuire, ridurre, riutilizzare, riciclare". Poi citando economisti, tra cui anche il "cattolico" Luigino Bruni, Latouche invoca "una rottura", un cambiamento nell’"orizzonte di senso dove i valori di riferimento non sono più il consumo sfrenato ma la cooperazione, non la distruzione del pianeta ma la vita in armonia con la natura, non l’individualismo ma la relazione". Tutto questo ha bisogno però anche di un programma politico, che Latouche detta in 10 punti tra cui spiccano la ri-localizzazione delle attività produttive ("non produrre di più ma produrre ciò di cui abbiamo bisogno", e possibilmente a chilometri zero, senza importarlo dall’estero); la riduzione degli orari di lavoro ("per lavorare tutti e vivere meglio"), mettendo quindi al primo posto dell’agenda politica la risoluzione del problema della disoccupazione "che è una vera catastrofe". Ma per mettere in atto questo, "occorre convinzione, coraggio e consenso. La convinzione è forse quel sentimento che manca di più ai nostri politici. A noi tocca però far crescere il consenso". Alla fine dell’incontro, una bambina ha preso il microfono e ha chiesto all’economista "se ha e in che modo speranza per il futuro di noi giovanissimi": "Sì – ha risposto Latouche – ci saranno sangue, lacrime e sudore, ma c’è speranza. La speranza è l’unica strada per costruire un futuro migliore per i nostri figli".