UNIONE EUROPEA

I prossimi passi

Governance e bilancio: due fronti per misurare lo ”stato di salute” dell’integrazione

Gli ultimi summit europei – svoltisi a novembre e poi a dicembre 2012, quindi lo scorso febbraio – non hanno certo prodotto risultati incoraggianti per quanto riguarda il complessivo cammino dell’Unione. Sui grandi temi della governance economica e del bilancio pluriennale, i capi di Stato e di governo dei 27 Stati membri (cui si è aggiunto il premier della Croazia in vista della prossima adesione) hanno portato a Bruxelles il bagaglio degli interessi nazionali più che la cassetta degli attrezzi per rafforzare l’Ue in chiave di risposta comune a problemi comuni, a partire dalla recessione. Eppure nei prossimi mesi non mancheranno occasioni per riprendere il cammino dell’integrazione.

Prossimi appuntamenti. Il 14 e 15 marzo si svolgerà un nuovo Consiglio europeo: quello di primavera è il summit tradizionalmente dedicato alle questioni economiche e infatti all’ordine del giorno figurano discussioni e decisioni sul "semestre europeo" (ciclo annuale di coordinamento delle politiche economiche), sull’applicazione del Patto per la crescita, rimasto per ora sulla carta, e sulle "iniziative faro" della strategia Europa 2020 per la competitività, il lavoro e l’inclusione sociale. Ma già altri due vertici dei leader sono iscritti nei calendari dell’Unione a maggio e a giugno. In effetti le questioni in sospeso sono numerose e del calibro della sorveglianza unica bancaria, dell’unione economica e monetaria, del Quadro finanziario pluriennale 2014-2020. Su questi tre fronti, non tanto l’Ue quanto gli stessi premier e capi di Stato si giocano la credibilità su scala continentale: hanno promesso di giungere ad accordi costruttivi mentre finora hanno mostrato titubanze e alimentato fraintendimenti.

Dibattito in corso. Vari premier hanno soprattutto inseguito il proprio elettorato sul versante del populismo, alimentando i nazionalismi. La stessa crisi del debito sovrano ha marcato le differenze tra Paesi più o meno "ricchi", tra quelli capaci di far fronte alle difficoltà e quelli che hanno avuto bisogno del sostegno finanziario dell’Ue, della Banca centrale di Francoforte o del Fondo monetario internazionale. La parola "solidarietà", che è uno dei pilastri storici dell’Europa comunitaria, è sparita dai discorsi dei politici, mentre hanno ritrovato la scena atteggiamenti europrudenti se non apertamente antieuropeisti. L’intervento del premier britannico David Cameron a gennaio, con la promessa di un futuro referendum per chiedere ai cittadini inglesi se intendono rimanere o meno nell’Ue, è parso l’apice di questo ritorno degli "interessi nazionali prevalenti". I quali appaiono peraltro fuori tempo massimo se si considera che tutti gli esperti di materie economiche e geopolitiche insistono sulla necessità di una Europa che sappia "fare squadra" per fronteggiare sfide che sono più grandi delle capacità di risposta di ciascun Paese preso a sé. È quanto hanno sostenuto, pur con accenti e prospettive diversi, anche alcuni politici di rilievo come Angela Merkel, cancelliera tedesca, e François Hollande, presidente francese. Ed è la stessa posizione riaffermata dal presidente della Commissione, José Manuel Barroso, da quello dell’Europarlamento, Martin Schulz, da quello della Bce, Mario Draghi. Sulla stessa linea si è espresso, fuori dai confini Ue, il presidente statunitense Barack Obama.

Volontà di compromesso? In quali direzioni potrebbe dunque muoversi l’Ue nel breve e medio periodo? Le voci si inseguono, ma pare difficile che qualche Stato aderente possa rompere definitivamente i ponti con Bruxelles o che intenda intralciare, più del dovuto, la strada all’unione bancaria e a quella economica, pur sapendo che queste richiederanno nuove cessioni di sovranità nazionale e ulteriori step verso una integrazione politica. Una prova concreta della reale volontà di compromesso tra i 28 arriverà dalla definizione del Quadro finanziario pluriennale: si tratta di un budget valido per sette anni, rivolto per la quasi totalità a investimenti da realizzarsi negli stessi Paesi dell’Unione, e per un montante inferiore all’1% del Prodotto interno lordo europeo. Si può limare qualche voce di tale bilancio, ma sotto un certo limite non si può scendere, perché ciò impedirebbe di svolgere quelle politiche e quei programmi per cui gli stessi Stati hanno delegato l’Ue ad agire: la politica di coesione territoriale e sociale, la competitività, la ricerca, la politica agricola, la tutela ambientale, la difesa della salute pubblica e dei consumatori, taluni aspetti della cultura e dell’istruzione (come il programma "Erasmus per tutti"), la politica di sicurezza, il controllo delle frontiere, la lotta alle frodi e alla malavita transnazionale e al terrorismo, fino allo sviluppo di un primo nucleo di politica estera condivisa.

Senso di responsabilità. Alle istituzioni comuni e ai governi nazionali – che hanno ancora il massimo potere decisionale sull’Ue – spettano queste decisioni. C’è dunque da attendersi un ritorno, come ha chiesto il presidente della Commissione, a un "senso di responsabilità" che sappia "guardare oltre gli interessi particolari" per costruire un’Europa più forte e coesa, capace di "produrre risultati concreti" a favore dei cittadini, pur nel "rispetto delle specificità" nazionali.