COMECE
I principali temi del numero di marzo di Europe Infos
Su "Europe Infos" di marzo, oltre ai temi presentati in questa rassegna, troviamo commenti sulle decisioni del Consiglio europeo di febbraio riguardo al Quadro finanziario pluriennale (Stefan Lunte), sulla direttiva europea in merito all’orario di lavoro in relazione ai "tempi di inattività" (Anna Echterhoff), sulle decisioni della Corte europea per i casi inglesi dell’indossare simboli religiosi al lavoro (Alessandro Calcagno), sulle misure della presidenza irlandese per riformare il sistema dello scambio di quote di emissioni nell’Ue (Stephen N. Rooney). L’editoriale "Cittadinanza e responsabilità", pubblicato anche da Sir Europa, è di Frank Turner.
Espressione religiosa nella sfera pubblica. "Dopo i casi recenti che hanno portato la Corte europea dei diritti umani a esprimersi sul caso di due cittadini del Regno Unito in relazione all’indossare la croce al lavoro, alcuni sono saliti sulle barricate in difesa della libertà religiosa" contro "una intrusione della legge in un’area appartenente alla libertà personale", scrive Benedict Coleridge (Jesuit Refugee Service – Europe Jrs). "Anziché leggerli come attacchi all’espressione religiosa sul posto di lavoro, sarebbe più utile vederli come elementi inevitabili della nostra conversazione pubblica", "parte di un processo di dialogo legale, culturale e politico". Si discute se le persone, quando sono in una dimensione pubblica, devono lasciare da parte le proprie "identità consistenti" e presentarsi in uno stato "puro, svincolato". Occorre decidere se il liberalismo implica "pluralità di identità", oppure "neutralità". In questo secondo caso si creerebbe una separazione "tra le diverse dimensioni della società, ma anche tra le diverse dimensioni della persona". "Le persone sono portatrici di cultura, identità consistenti e ciò è inevitabilmente espresso e reso visibile nel quotidiano. La realtà sociale continuerà a sfidare la liberale ‘arte della separazione’; possiamo aspettarci un continuo processo di dialogo e negoziazione in futuro, cosa che è, naturalmente, positiva".
Ue-America Latina: nuove politiche di sviluppo. "La vitalità delle economie emergenti sta cominciando a ridefinire l’equilibrio dei poteri decisionali a livello internazionale. Le crisi mettono in discussione il modello attuale di crescita, spostando il baricentro verso lo sviluppo minerario e agro-industriale, con pesanti conseguenze economiche, sociali e ambientali". Questo il quadro in cui, scrive Cayetana Carrion, della Rete internazionale di organizzazioni Cattoliche allo sviluppo (Cidse), si inserisce la "Alleanza per lo sviluppo sostenibile: promuovere gli investimenti di qualità sociale e ambientale", stipulata tra Ue e la Comunità dei Paesi dell’America latina e dei Caraibi (Celac) il 26-27 gennaio. Linee guida sono "l’incoraggiamento alla crescita economica" con attenzione alle dimensioni della tutela ambientale e la promozione sociale, l’uguaglianza e l’inclusione", con riferimento ai modelli della green economy e con l’appoggio del Latin American Investment Facility (Laif). La preoccupazione riguarda il fatto che l’Alleanza dia un ruolo centrale al settore privato di investimento, sebbene nel contesto della green economy, che però non è in grado di modificare i problemi strutturali del modello occidentale di crescita né di considerare elementi di giustizia sociale. Secondo Carrion, "la priorità dovrebbe andare agli approcci e tecnologie locali sostenibili con lo scopo di ottenere benefici sociali significativi per tutti i cittadini".
La Commissione dimentica le cooperative. "Rilanciare lo spirito imprenditoriale in Europa" è il titolo del Piano di azione 2020 per l’imprenditoria, "un documento molto interessante", scrive Enzo Pezzini, direttore dell’Ufficio di Bruxelles della Confederazione delle Cooperative italiane, che esprime la necessità di aumentare il numero d’imprenditori in Europa per ridare slancio all’economia. La cosa più innovativa è l’insistenza su "educazione e formazione per gli imprenditori" per l’acquisizione di capacità quali "creatività, iniziativa, tenacia, lavoro di gruppo, capacità di identificazione del rischio e senso di responsabilità". Ma, denuncia Pezzini, "il documento dimentica completamente le imprese associative come le società cooperative" – che in Europa sono 160mila e impiegano 5.4 milioni di europei – e quindi il "pluralismo imprenditoriale". E il 2012 era stato proclamato "Anno internazionale delle cooperative" dall’Onu, perché si riconosceva nel modello cooperativo un fattore di sviluppo economico e sociale, soprattutto per la riduzione della povertà, la creazione di posti di lavoro e l’interazione sociale". Il documento "fa solo rapidi riferimenti alle cooperative e solo in relazione ai settori legati ai servizi alla persona e all’integrazione professionale" di categorie deboli, "settori significativi e innovativi, ma che rappresentano solo una parte dell’esperienza delle cooperative". Secondo Pazzini, "l’assenza di riferimenti è sorprendente e incomprensibile".