CHIESA ED EUROPA

Con gli architetti del futuro

Intervista con il nuovo segretario della Comece, l’inglese p. Patrick Daly

Dall’1 febbraio è operativo alla Commissione degli episcopati della comunità europea (Comece) a Bruxelles p. Patrick Daly, eletto segretario generale dall’assemblea plenaria di novembre. Il sacerdote irlandese, 61 anni, aveva già frequentato gli ambienti europei quando, non ancora prete, lavorava presso la Commissione europea come interprete e traduttore. Sacerdote dal 1991, oltre ad essere membro della Commissione per gli affari internazionali della Conferenza episcopale inglese, p. Daly tra il 1992 e il 2002 ha accompagnato i vescovi inglesi delegati alla Comece acquisendo familiarità con l’organismo degli episcopati della Comunità europea. Dal 1999 a oggi è stato parroco a Wolverhampton, nella diocesi di Birmingham. Il sacerdote irlandese succede a mons. Piotr Mazurkiewicz, che è stato segretario dal 2008 al 2012. Il 20 febbraio, a Bruxelles, si terrà una conferenza stampa per la presentazione ufficiale di p. Daly. Sarah Numico lo ha intervistato per Sir Europa.

L’Europa oggi è criticata da più parti: ci sono, tuttavia, degli elementi di forza del processo europeo?
“Credo che oggi si trascuri un elemento importante, e cioè che siamo 27 nazioni in rapporti di pace. Questa assenza di conflitto, che dura da 60 anni, è un patrimonio che dimentichiamo spesso. Qualcuno potrà contestare, in un dibattito tra le interpretazioni storiche, se questo sia frutto di un processo europeo o della Nato. Il fatto è che viviamo nella pace. Un’altra cosa che dimentichiamo e che appartiene alla struttura portante delle istituzioni europee, grazie ai nostri Trattati, è che vi sono meccanismi istituzionalizzati adibiti alla soluzione dei conflitti. Dimentichiamo anche che i funzionari s’incontrano regolarmente, si conoscono, si riconoscono personalmente e questo contribuisce molto alla volontà comune nel trovare soluzioni. Esistono grandi problemi, certo, ma molte critiche sono infondate e sono legate al fatto che l’Ue non si sa presentare bene ai cittadini. È una realtà troppo grande e molto grande è il lavoro che occorre ancora fare per creare legami forti tra i cittadini, per creare un sentire comune, un’identificazione, come per esempio vivono gli americani tra di loro e nel rispetto per la loro bandiera”.

Quale pensa possa essere il contributo della Chiesa cattolica in questo contesto?
“La Chiesa ha un patrimonio d’insegnamenti magisteriali su questioni brucianti per l’Europa. Occorre capire meglio come trasferire questo messaggio. La Chiesa ha rapporti a tutti i livelli con la politica; ha una voce comune su questioni di attualità; è coinvolta nei dialoghi. Il nostro servizio può essere quello di offrire agli architetti dell’Europa il contributo specifico della Chiesa su vari elementi del problema comune”.

Come funziona la dimensione ecumenica del rapporto Chiese-istituzioni?
“Qui a Bruxelles si lavora con le altre Chiese su molte questioni importanti. Ci sforziamo di avere una voce comune e il dialogo è costante, sia con le singole rappresentanze delle diverse Chiese cristiane, che con la Commissione Chiesa e società della Conferenza delle chiese e europee, che con le Ong di ispirazione cristiana. Le istituzioni hanno bisogno di essere aiutate dai cittadini e sanno che la maggioranza dei cittadini europei oggi si riconosce ancora in un’appartenenza cristiana. Mi pare anche che siano pronti ad ascoltare e a dialogare con le Chiese anche se la posizione che esse esprimono spesso non viene accettata”.

Lei inizia il suo servizio in un momento molto travagliato per l’Europa. Ci può dire con che spirito vive questo suo momento?
“Comincio con grande apertura e voglia di ascolto delle istituzioni da un lato e della Chiesa dall’altro, a partire dal presidente della Comece, il cardinale Marx e gli altri vescovi, la Santa Sede e le persone di grande esperienza che compongono il mio team qui. Comincio anche ricco della mia esperienza di cittadino europeo. Ho una santa curiosità e voglia di sondare le nostre possibilità, ma anche la consapevolezza dei nostri limiti. Ho grande voglia di lavorare con coloro che sono coinvolti in modo positivo e costruttivo nel processo europeo”.

Ci può anticipare qualche suo progetto concreto?
“Mi piacerebbe riuscire ad avere un ‘think tank’, un contesto in cui osservare e riflettere sul presente per riuscire ad anticipare quelli che saranno gli sviluppi e le domande dei prossimi anni che le future generazioni dovranno affrontare, perché come Chiesa possiamo essere preparati ad affrontarli e rispondere”.