STORIA EUROPEA" "

Brandt, l'”altro tedesco”” “

Borgomastro di Berlino, socialista fedele all’Occidente, stimato da Paolo VI

“Willy Brandt non ci lascia”: è il titolo di un dossier con cui “Die Zeit”, autorevole pubblicazione tedesca di cultura, ha celebrato i cento anni dalla nascita dell’uomo politico (18 dicembre 1913) che rimane un mito, non solo per la Germania.A Varsavia c’è un monumento in ricordo di Brandt nella stessa piazza in cui sorge il grande memoriale delle vittime ebree del Ghetto, dinanzi al quale il 7 dicembre 1970 era crollato in ginocchio l’allora capo del governo tedesco in visita ufficiale in Polonia. Furono minuti di commosso silenzio, immortalati in una foto storica. La democrazia europea deve molto a questo “cancelliere dei cuori”, come è stato definito da un altro settimanale, “Der Spiegel”, mai tenero con i potenti, vivi o morti che siano.Abbiamo visto Brandt all’opera soprattutto in due grandi occasioni. La prima durante il congresso del Partito socialdemocratico del 1959, tenutosi a Bad Godesberg, e nel corso del quale si sanzionò la scelta di libertà della Spd. Brandt, da due anni sindaco di Berlino ovest, era nel gruppo dirigente che operò quella che fu appunto chiamata “la svolta di Bad Godesberg”, strappando il partito da un neutralismo che dei socialisti tedeschi aveva fatto sino ad allora gli “alleati” delle dittature comuniste dell’est.Il suo intervento congressuale fu molto deciso: del resto, aveva le carte in regola per non essere tacciato di simpatie reazionarie e revansciste. Di umili origini, era stato membro durante la Repubblica di Weimar della gioventù socialista, la componente radicale del partito, e, ricercato dalla polizia nazista quando nel 1933 Hitler prese il potere, riparò in Norvegia. Qui rappresentò l’opposizione in esilio e assunse la cittadinanza norvegese dopo che il regime gli aveva tolto quella tedesca.Giornalista di partito, aveva scritto dalla Francia e dalla Spagna durante la guerra civile; fu costretto di nuovo a fuggire in Svezia quando la Wehrmacht invase la Norvegia. Dopo la fine della guerra seguì per la stampa il processo di Norimberga e si stabilì a Berlino; nel 1948 gli fu restituita la cittadinanza tedesca, tornando a militare nella Spd. Nella quale testimoniò, come si è detto, un impegno decisamente pro-occidentale. Nel discorso pronunciato, come decano del Parlamento di una Germania riunificata, il 20 dicembre 1990, ricorderà: “Non avremmo potuto conservare la nostra libertà se non fossimo stati protetti dall’Alleanza atlantica… e dalla solidarietà della Comunità europea”.La seconda, drammatica circostanza in cui la storia lo ricorda si riferisce ai giorni in cui la Germania comunista – sostenuta dall’Armata rossa – chiude, a partire dal 13 agosto 1961, più di due milioni di berlinesi occidentali dentro un muro di cemento. Il giorno successivo Brandt parla, dal balcone del municipio di Schoeneberg, a una folla esasperata, che sta per riversarsi contro la polizia tedesco-orientale e i carri armati russi. In un discorso appassionato, che è anche un inno alla libertà, riesce a evitare quello che sarebbe stato un massacro e altre conseguenze che avrebbero potuto derivarne. Otterrà per la sua città tutte le garanzie possibili, dalle potenze occidentali, dalla Germania di Bonn e dalla stessa Unione sovietica. I berlinesi, che lo hanno sempre plebiscitato, non dimenticheranno il “loro” borgomastro.Negli anni ’60 Brandt assume ruoli sempre più importanti, dalla presidenza della Spd alla candidatura a cancelliere. Nel 1969 riesce a strappare i liberali dall’alleanza con la Cdu e a formare un governo che lo porterà a due trionfali elezioni, sino al 1974, quando si dimetterà dopo l’arresto di uno stretto collaboratore, Guenther Guillaume, un “infiltrato” della Germania est.Ma in quel breve arco di tempo da Bonn sarà stata impostata la politica di apertura all’est, con il realistico riconoscimento, fra l’altro, dell’esistenza della Repubblica Democratica, insieme con una serie di misure che, negli anni, “faranno massa” per condurre alla caduta del Muro di Berlino nel 1989. L’irreprensibile curriculum di Brandt favorì, inoltre, migliori relazioni con la Polonia ufficiale, ma anche la possibilità di sostenere concretamente, tramite i sindacati tedeschi, il movimento di Solidarnosc.Buoni i suoi rapporti con le Chiese, al limite dell’amicizia con qualche alto esponente sia cattolico, sia protestante. Nel 1970, come cancelliere federale, sarà ricevuto da Papa Paolo VI, che avrà parole di apprezzamento per l’azione dell’uomo politico e loderà la ripresa civile del popolo tedesco. Una particolare consonanza fra i due interlocutori si troverà sull’Europa, un punto fermo per Brandt nella politica di Bonn, una certezza di pace e una speranza per il mondo in vista di futuri sviluppi (quelli che poi si verificheranno) per Papa Montini.Una serie di testimonianze di contemporanei e posteri è stata raccolta, nel citato numero di “Die Zeit”, attorno a un uomo politico che ha onorato la democrazia, la pace e il suo Paese. Il titolo è da non dimenticare: “L’altro tedesco”.