EDITORIALE" "
Cristiani ed Europa: dalla storia l’incoraggiamento a non cedere al pessimismo
A dieci anni dalla Costituzione apostolica “Ecclesia in Europa”, e in un contesto di crisi, di dubbi e di affermazione dell’euroscetticismo, è interessante capire quale è la visione della Chiesa cattolica sull’Europa unita.Indubbiamente, la costruzione europea come la conosciamo dalla Dichiarazione di Robert Schuman del 9 maggio 1950, poggia sull’insegnamento della Chiesa il cui compito è di dare un orientamento, di fissare una meta, e questa è stata fissata da molto tempo: è la pace, la fraternità, la promozione di una civiltà dell’amore. La prima Guerra mondiale fu l’occasione di sottolineare il necessario impegno dei cattolici a favore della pace. Purtroppo Papa Benedetto XV non fu sentito, nemmeno dai cattolici europei presi nella logica infernale del nazionalismo. Ma dopo 1919, capiscono l’orrore della guerra e la necessità assoluta di costruire un’altra Europa. Con l’incoraggiamento di Pio XI, che denunciava il nazionalismo “esagerato” e i totalitarismi, i cattolici hanno cominciato a comprendere le conseguenze del Vangelo sulle relazioni tra gli Stati. Una generazione di uomini politici come don Luigi Sturzo e di intellettuali come Jacques Maritain, ha cominciato a pensare diversamente le relazioni internazionali. È stato compito di potenti partiti democratici cristiani che si sono affermati in diversi Paesi dell’Europa occidentale, subito dopo la guerra, far capire che non era possibile proseguire sulle tracce dei nazionalismi, degli odii tra le nazioni, sul modello dei trattati di pace del 1919. Non è un caso se le basi dell’unità europea sono state gettate da tre uomini di Stato cattolici – Robert Schuman, Konrad Adenauer, Alcide De Gasperi – tutti e tre nutriti dal Vangelo e dal magistero pontificio.Il tema europeistico diventa a partire dalla fine delle guerra, e fino ad oggi, un tema centrale nell’insegnamento dei pontefici. Nel 1948, Pio XII sottolinea l’urgenza dell’azione politica a favore dell’unione: l’11 novembre, trent’anni dopo la fine della prima Guerra mondiale, afferma, inviando un messaggio al congresso dei Federalisti europei: “non c’é tempo da perdere”. Il Vaticano si rallegra negli anni ’50 dei successi dell’Europa (1951, nasce la Ceca; 1957 prende avvio la Cee), e si dispiace degli insuccessi come il fallimento della Comunità europea di difesa (1954). La diplomazia pontificia è molto attiva per ridurre le fratture tra gli ex belligeranti e soprattutto tra le “due Europa” separate dalla Cortina di ferro. La Ostpolitik vaticana permette, da Giovanni XXIII a Giovanni Paolo II, di riavvicinare le due parti dell’Europa, di far riconoscere al Congresso di Helsinki nel 1975, il principio della libertà religiosa, e di contribuire così indirettamente alla caduta del Muro di Berlino.Nello stesso tempo, i vescovi lavorano molto sul tema della riconciliazione. In Francia, la nuova amicizia franco-tedesca è suggellata dal generale de Gaulle e da Adenauer nella cattedrale di Reims nel luglio 1962; in Polonia il cardinale Wojtyla, arcivescovo di Cracovia, si impegna per favorire la riconciliazione con la Chiesa di Germania. D’altra parte, tutto l’insegnamento della Chiesa, con il concilio Vaticano II, e con le grandi encicliche pontificie, va nel senso dell’affermazione della pace: “Pacem in terris” (1963), “Gaudium et Spes” (1967), “Populorum progressio” (1967), fino ai messaggi per la Giornata mondiale della Pace.Eppure oggi, con un’Unione europea che respira finalmente con i suoi “due polmoni”, occidentale e orientale, come diceva Giovanni Paolo II, la crisi è presente ed è anche una crisi cristiana dell’Europa. Perché se la costruzione europea è stata popolare tra i cattolici, questo non è più vero oggi. Perché molti tra i credenti cattolici sono perplessi di fronte a una costruzione sempre più tecnocratica e lontana dai popoli e dai loro valori fondativi come la vita e la famiglia. Il rifiuto di integrare le radici cristiane dell’Europa nel preambolo della Costituzione europea (2004), con la moltiplicazione di diversi casi come quello di un calendario delle feste religiose che “dimentica” le feste cristiane, contribuiscono ad aumentare le perplessità. È diventato più difficile per i cristiani mantenere il loro impegno a favore dell’Europa ma è più che mai un dovere rifiutare il pessimismo. I cristiani non devono abbandonare l’Europa. Giovanni Paolo II osserva in “Ecclesia in Europa”: “L’Europa di oggi, nel momento stesso in cui rafforza e allarga la propria unione economica e politica, sembra soffrire di una profonda crisi di valori. Pur disponendo di mezzi accresciuti, dà l’impressione di mancare di slancio per nutrire un progetto comune e ridare ragioni di speranza ai suoi cittadini”. Ma conclude, parlando all’Europa come a una persona: “Non temere!”, “Abbi fiducia!”, “Sii certa!”. I cristiani non devono dimenticare che l’Ue resta per numerosi popoli del mondo un modello, un sogno. Non a caso il Comitato Nobel nell’ attribuire il Nobel per la Pace all’Ue nel 2012, ha affermato: “Il lavoro dell’Unione europea è un simbolo della fraternità tra le nazioni”. (*) Università di Lione