COMECE-MIGRAZIONI
Una testimonianza su Chiesa e accoglienza dei rifugiati apre l’Assemblea dei vescovi
“La vera svolta c’è stata quando mi è stato chiesto di diventare catechista. In quel momento mi sono sentita parte della comunità”. Cecilia Taylor Camara, consulente per le politiche migratorie del Catholic Trust for England & Wales, organismo caritativo britannico, porta alla Chapel for Europe di Bruxelles l’esperienza personale di immigrata dalla Sierra Leone. Il suo intervento ha aperto, il 13 novembre, il programma dell’Assemblea plenaria d’autunno della Comece (Commissione degli episcopati della Comunità europea), proseguita fino al 15 novembre e concentrata in particolare sul tema dell’accoglienza sociale e pastorale dei migranti nei Paesi dell’Unione europea.
“I giorni più lunghi…”. “La mia famiglia e io stavamo bene nel nostro Paese, non ci mancava niente, avevamo il lavoro, una casa. Ma a causa della guerra civile siamo dovuti fuggire nel 1997 e da quel momento ho condiviso l’esperienza di chi lascia tutto” per salvare la vita, ha raccontato Taylor Camara. Con il marito inglese e i due figli piccoli viene trasferita dalle autorità nel Regno Unito. “L’impatto è stato davvero difficile. In principio siamo stati separati per una settimana, non avevo notizie di mio marito: sono stati i giorni più lunghi della mia vita. Poi pian piano abbiamo cercato di inserirci nella nuova realtà, in un quartiere a nord di Londra. Non avevamo niente, ma la fede ci ha aiutati. Dio, che ci aveva salvato la vita, ci era ancora accanto. Abbiamo iniziato a frequentare una chiesa battista dove siamo stati accolti con molto calore umano. Poi ci siamo avvicinati, non senza fatiche, alla comunità cattolica, essendo io stessa cattolica. C’è voluto tempo prima di sentirci parte della parrocchia. Frequentavamo la messa, io facevo piccoli servizi di volontariato. Quando però sono stata inserita nel gruppo delle catechiste mi sono sentita pienamente parte della parrocchia. Ho svolto quel compito per 12 anni e dai bambini ho ricevuto più di quanto abbia dato loro”.
Reti di accoglienza. Cecilia Taylor Camara ha quindi iniziato a svolgere alcuni interventi di avvicinamento e sostegno alle famiglie che giungevano nel quartiere. Infine è divenuta operatrice del servizio ecclesiale per l’integrazione dei migranti. Il suo racconto prosegue: “Cerchiamo di creare reti di accoglienza per chi arriva da lontano. Ma l’accoglienza è difficile, perché i migranti sono spesso lasciati soli, sono malvisti, si pensa che siano venuti nelle società europee per sfruttarle e così ci si dimentica che quasi sempre si scappa da situazioni invivibili”, in cui non ci sono libertà, sicurezza, lavoro, diritti. E aggiunge: “La Chiesa cattolica nel Regno unito è diventata un fattore di integrazione perché si è accorta delle ricchezze che portano i migranti”, sia a livello sociale (in una Europa che invecchia) sia ecclesiale, “riempiendo le chiese, partecipando in modo vivace e originale alle liturgie”.
Domande alla Chiesa. Nelle parole di Taylor Camara si fondono tratti sofferti della propria biografia, motivi di preoccupazione per quanto avviene in Sierra Leone e in Africa – tra conflitti, povertà, malattie -, problemi relativi alla presenza degli “stranieri” nel Vecchio continente. Tocca temi diversi, dalle regole dell’asilo per i rifugiati alle strutture sociali ed educative, fino ai pregiudizi di carattere culturale e politico. Il suo volto si illumina quando spiega, orgogliosa, che la prima figlia si è laureata e il secondo lo farà prossimamente. Il riscatto personale è parte dell’integrazione di migranti e rifugiati. Non nasconde peraltro altri nodi, come quello della tratta e dello sfruttamento di chi giunge da lontano o l’immigrazione irregolare. Quindi si concentra sul ruolo delle comunità cristiane: “Siamo capaci di aprire le porte delle nostre chiese a queste persone? Come dar loro il benvenuto? Come possiamo misurare i bisogni di chi rappresenta il nostro prossimo? Come e cosa possiamo imparare gli uni dagli altri?”. Interrogativi che gira ai vescovi europei riuniti in assemblea.
Qualcosa sta cambiando. Il card. Reinhard Marx, arcivescovo di Monaco-Frisinga e presidente Comece, commenta a margine dell’intervento della relatrice: “Non dobbiamo limitarci ad aprire le case e le nostre chiese ai migranti, ma anche trovare e formare persone che siano in grado di accogliere queste persone”, con la sensibilità e la formazione necessaria, considerando ad esempio le differenze culturali, linguistiche, religiose. “Un’attenzione specifica deve essere riservata al caso dei minori non accompagnanti”, specifica Marx. “Mi pare – puntualizza – che qualcosa stia cambiando dopo i recenti fatti di Lampedusa. C’è forse più disponibilità nell’opinione pubblica”. “È però necessario che gli Stati svolgano il loro compito, intervenendo” sul piano dell’asilo e dell’accoglienza.