RELIGIONI NEL MEDITERRANEO

Ponti e semi di pace

Mons. Soueif (Cipro) riflette sul ruolo delle fedi nell’area mediorientale

“Tutti abbiamo bisogno di purificare le menti e i cuori per costruire la pace, quella pace che Dio stesso dona all’umanità”: l’arcivescovo maronita Youssef Soueif, dell’eparchia di Cipro, insiste su questo aspetto. E indica un preciso compito per le religioni: “Essere ponti fra i popoli e le culture ed elementi costitutivi per costruire il bene comune”. Una parola forte, determinata, e insieme mite, pronunciata da un uomo di fede inserito nella delicata situazione cipriota, isola a maggioranza ortodossa ma tagliata in due dalla “linea verde” che dal 1974 separa la parte greco-cipriota da quella occupata dai turchi. “Noi cattolici siamo una esigua minoranza qui”, spiega a Sir Europa mons. Soueif, che è stato segretario del Sinodo speciale per il Medio oriente conclusosi nel 2010, “e come tali vorremmo essere un segno coerente di riconciliazione”.

Lei sostiene che le religioni sono uno “strumento di pace”. Ma è sempre vero? Non sono state in passato, e forse talvolta lo sono anche oggi, espressioni di radicalismi contrapposti?
“È l’interpretazione errata della fede che porta a divisioni, radicalismi, prevaricazioni. Le religioni hanno nel loro patrimonio la strada della pace per il bene dell’umanità. È peraltro vero che le stesse comunità religiose vivono nel tempo, si collocano in precise realtà storico-concrete, a contatto delle quali il messaggio di fondo è stato sviato. Le fedi non sono sempre state vissute nella loro purezza e integrità perché passano attraverso le donne e gli uomini che le incarnano: si sono mescolate con la storia umana, con gli interessi, con la politica… Così si sono create pagine buie. Le religioni devono per questo tornare sempre alla loro missione essenziale, al messaggio d’amore e di fratellanza universale. Ciò vale tanto per i cristiani, quanto per gli ebrei e per i musulmani. E per noi cristiani il punto centrale è proprio Gesù, donatoci e donatosi per amore”.

Ma, come si constata anche qui a Cipro, i cristiani a loro volta sperimentano delle divisioni. Non è un segno contraddittorio?
“Certo. L’umano deve purificarsi per essere all’altezza del messaggio di Dio. Questa è anche una sfida interna al cristianesimo; così il cammino ecumenico è più importante e urgente che mai. L’unità dei cristiani potrà essere un segno inequivocabile per le altre religioni e per l’umanità intera”.

I cattolici della Chiesa maronita di Cipro sono poche migliaia in un Paese con quasi un milione di abitanti. Come si vive in questa realtà?
“Abbiamo piena consapevolezza di essere una minoranza, ma la società non si misura solo negli aspetti ‘quantitativi’. Le minoranze – e a Cipro ce ne sono diverse – possono avere un ruolo creativo, con iniziative che dimostrino che siamo parte integrante del Paese e che al contempo operiamo per creare legami, per il bene di tutti. Vorremmo testimoniare la nostra fede, conservando la nostra identità. Del resto, se ci pensiamo, il mondo di oggi è fatto di minoranze che si incontrano: etniche, culturali, linguistiche, religiose. Occorre perciò fare uno sforzo comune per promuovere unità e bene comune. Credo che sia questo uno dei compiti cui sono attesi i cristiani in Medio Oriente”.

La parte greco-cipriota dell’isola appartiene all’Unione europea, l’altra parte, a forte caratterizzazione turca, non vi aderisce. Non solo: sono evidenti i segni di divisione tra le due comunità. E nell’area a maggioranza turca si registra una vera e propria rimozione o distruzione dei “segni” cristiani, dalle chiese ai cimiteri. Come vede la situazione? Quale può essere il vostro ruolo?
“C’è in effetti una realtà pesante. Dal ’74 la separazione politica è divenuta anche demografica, culturale, religiosa. Ne sperimentiamo inoltre le ricadute sociali. Come Chiesa maronita vorremmo essere un ‘ponte’, vorremmo portare, con la nostra presenza, segnali di speranza, di dialogo. Testimoniando ai giovani che il rispetto e la comprensione reciproca sono possibili. Ci muoviamo in questa direzione, per un futuro basato sulla giustizia e la pace. Le nostre piccole comunità vivono, a mio avviso, una sorta di pellegrinaggio costante verso Dio e verso gli altri”.

Lei ha preso parte attiva al Sinodo sul Medio Oriente. Oggi, a tre anni dalla sua conclusione, cosa ne resta?
“Mi pare che l’eredità più significativa del Sinodo sia stata la conferma della scelta per la pace e per la libertà. Quest’ultima declinata in tutte le sue manifestazioni, fra le quali la libertà di culto e di coscienza. Ora abbiamo bisogno di un ampio processo di sedimentazione di tale eredità. E i cristiani – sostenuti da una rinnovata spiritualità – devono farsene portatori nella vita di ogni giorno, affrontando con lo stesso spirito costruttivo i temi della giustizia, del lavoro, dell’educazione, della promozione sociale, della tutela ambientale. Solo così possiamo essere semi di pace”.