EDITORIALE

Radici in un terreno nuovo

La maggior parte dei migranti lascia la propria casa sotto pressioni economiche, sociali o religiose

Uno dei miei primi ricordi autunnali nella nativa Contea di Sligo, sulla frastagliata costa atlantica dell’Irlanda nord-occidentale, sono le rondini che si riunivano sui cavi elettrici fuori dalla nostra casa di famiglia. Stavano lì, a centinaia, per giorni e giorni. Improvvisamente, se ne andavano. Gli uccelli migratori, profeti dell’inverno nordico, quando tornavano, dopo sei mesi trascorsi in climi più caldi, erano gli araldi della nuova estate.
La migrazione è una caratteristica della vita in tutto il mondo naturale. Le rondini, le oche canadesi, gli squali e altri grandi creature del mare percorrono grandi distanze, di solito andando e tornando in un ciclo ripetitivo che ha avuto inizio nella notte dei tempi. La migrazione ha plasmato anche la storia umana. L’uomo di Neanderthal si è fatto strada attraverso le desolate terre artiche della Norvegia, i Celti sono venuti dalla Fenicia all’Irlanda, gli Ebrei sono fuggiti dalla schiavitù in Egitto verso la Terra promessa di Canaan, i Sassoni sono migrati in massa verso ovest, fino alla Gran Bretagna. Provenendo da ogni parte del mondo, la gente ha attraversato l’Oceano Atlantico o il Pacifico verso le Americhe. Papa Francesco è figlio di emigranti che hanno lasciato il Piemonte (Italia) per l’Argentina all’inizio del XX secolo. John F. Kennedy, i cui antenati provenivano dalla Contea di Wexford, ha intitolato il suo libro sui popoli dei suoi nativi Stati Uniti: “Una nazione di emigranti”.
Non è stata una sorpresa, tenendo conto della sua storia familiare, che la difficile situazione dei migranti stipati sulle spiagge rocciose di Lampedusa – una scena di miseria e disperazione per tanti fuggiti dal Nord Africa o dal Medio Oriente nella speranza di trovare rifugio e la possibilità di una vita migliore in Europa – abbia commosso Papa Francesco in modo particolare. Il Papa ha visitato Lampedusa in luglio. Il tragico annegamento di tanti migranti giovedì 2 ottobre ha gettato un’ombra lunga sulla visita del Papa ad Assisi per la festa del Patrono ed è diventata la preoccupazione centrale del suo pellegrinaggio.
I vescovi della Comece dedicano la loro sessione plenaria d’autunno al tema della migrazione: la migrazione come un fatto della vita, la migrazione come tema centrale delle politiche pubbliche, come problema, come sfida e, per noi aderenti alla fede cristiana, che più di qualsiasi altra religione del mondo deve la sua presenza universale alla migrazione dei popoli, come opportunità.
È un dato di fatto che tante parrocchie cattoliche in crisi profonda in Europa occidentale abbiano ricevuto un’iniezione di vita grazie all’arrivo di gruppi di migranti provenienti da oltreoceano, che hanno rivitalizzato la fede delle comunità ospitanti.
Da bambino, mi chiedevo quale le rondini considerassero come casa loro: il nido sotto la grondaia della casa colonica degli O’Neill, ai piedi del Knocknarea, dove trascorrevamo la nostra estate, o sotto la grondaia di un cascinale a 5mila chilometri di distanza, all’ombra di una catena montuosa? L’idea della “casa” è fondamentale. La maggior parte dei migranti lascia la propria casa sotto pressioni economiche o sociali, per sfuggire a guerre o persecuzioni religiose, spesso con il cuore pesante, coltivando il sogno di rifarsi una vita per sé e per le loro famiglie, e soprattutto di trovare una nuova casa.
La sfida per noi, per i quali l’Europa è già la nostra casa, consiste nel fare in modo che possa diventare una casa anche per altri. L’autore della Lettera agli Ebrei esortava: “Perseverate nell’amore fraterno. Non dimenticate l’ospitalità; alcuni, praticandola, hanno accolto degli angeli senza saperlo” (Eb 13, 1).

segretario generale Comece (www.europe-infos.eu)