RICOSTRUZIONE
Parla Harry Hagopian, esperto di Medio Oriente e consulente di politica estera della Conferenza episcopale inglese
Una rivolta pacifica, nata poco più di due anni e mezzo fa nella cittadina di Daraa a 100 chilometri a sud di Damasco, e repressa nel sangue. Una violenza cresciuta giorno dopo giorno al pari degli interessi geopolitici di tanti Paesi stranieri che sulla Siria di Assad hanno puntato occhi interessati. Proteste per chiedere più libertà, più dignità, più lavoro. Dopo mesi di scontri oggi la Siria è un Paese distrutto, in ginocchio sotto il peso di oltre un milione di morti, di milioni di sfollati interni e rifugiati nei Paesi confinanti, Libano, Giordania, Turchia, Iraq. Al conflitto tra i fedeli al Regime e l’Opposizione armata se ne stanno aggiungendo altri tra combattenti radicali e oppositori moderati e tra le stesse fazioni islamiste, tutte o quasi al soldo di Paesi arabi vicini. E la comunità internazionale e l’Europa cosa fanno? Daniele Rocchi, per Sir Europa, ne ha parlato con Harry Hagopian, esperto di Medio Oriente e consulente di politica estera della Conferenza episcopale inglese.
“Quando si guarda al Medio Oriente, come anche ad altre regioni del mondo, si comprende come la politica non abbia un senso ed un valore etico ma sia solo una questione di interesse” esordisce l’esperto che punta l’indice contro la comunità internazionale: “i Paesi inseguono i propri interessi. Nazioni, anche nell’Ue, sostengono i ribelli mentre Iran, Russia e Cina sono con Assad. Il conflitto si sta radicalizzando e assume un carattere confessionale, con fazioni vicine ad Al Qaeda. Un processo che vuole cambiare il carattere della Siria anche se i siriani non vogliono”.
Ci sono Paesi europei come Gran Bretagna e Francia che appoggiano i ribelli nelle cui fila militano fazioni affiliate ad Al Qaeda. Non lo trova paradossale?
“Ci sono dichiarazioni dei ministri degli Esteri inglese e francese che allontanano questo rischio sostenendo che le forniture militari sono limitate a equipaggiamenti come giubbotti antiproiettile e sistemi di visione notturna. Le armi alle Opposizioni e alle fazioni radicali arriverebbero, invece, da altri Paesi come quelli del Golfo. In questo senso non sarebbe l’Europa a rendere più complicata la situazione sul terreno”.
Cosa sta facendo l’Ue per trovare una soluzione politica alla crisi siriana?
“L’Ue ricerca una soluzione che rispetti la libertà di tutti i siriani. Il mio timore non è legato a ciò che sta accadendo oggi ma a ciò che potrà accadere dopo, quando le armi si saranno fermate. Chi sarà in grado di ricostruire il Paese e di assistere a livello umanitario il popolo?”.
Difficile trovare una soluzione quando l’Ue non ha una politica estera comune e una visione condivisa di quanto sta avvenendo in Siria…
“Il capo della diplomazia dell’Ue, Catherine Ashton, sta facendo del suo meglio per dare un’immagine coerente e credibile della politica Ue. L’Ue, purtroppo, non è unita e i suoi membri hanno differenti vedute sul conflitto in Siria, su quello israelo-palestinese e iracheno. Trovare la soluzione politica alla guerra in Siria non spetta all’Ue ma alla Russia e agli Usa, certamente con il sostegno di Ue, Arabia Saudita e Iran. Si potrebbe dire che gli Usa decidono la politica e l’Ue ne paga il conto. Tutti gli Stati Ue cercano una soluzione politica e negoziata per la Siria soprattutto in vista della conferenza di Ginevra 2 di metà novembre, ma nessuno sa esattamente come raggiungerla. La sfida è riuscire a mettere tutti d’accordo magari con una soluzione win-to-win, condivisa dalle due parti in lotta e che non veda una fazione soccombere all’altra”.
Se si dovesse fallire nel negoziato quali scenari potrebbero aprirsi?
“La Siria diventerà la Somalia del Medio Oriente con gravi effetti su tutta la regione, a partire dal Libano, per poi arrivare all’Iraq, alla Turchia, alla Giordania, all’Iran. Bisogna uscire subito da questa impasse. Credo che ci siano ancora i margini per poterlo fare ma serve buona volontà e soprattutto chiarezza sulla direzione da intraprendere per il prossimo futuro”.
Ginevra 2: quale ruolo potrebbe avere l’Ue in questa conferenza?
“L’Ue non avrà un grande peso decisionale. Lo avranno, invece, Usa e Russia e con loro anche Iran e Arabia Saudita che sono due Paesi chiave nella regione. Come dicevo, agli Usa spetta decidere e all’Ue pagare il conto della ricostruzione. Il problema è la grave crisi economica dei Paesi europei e non si sa quanto l’Ue sia in grado di finanziare la ricostruzione della Siria. L’Europa potrebbe, altresì, facilitare un po’ l’aiuto umanitario alla popolazione. Non dimentichiamo che se dovessero crollare le economie di Libano e Giordania, che accolgono milioni di rifugiati siriani, sarebbe un grande disastro. Abbiamo i fondi per una sorta di piano Marshall per la Siria?”.
Come giudica l’azione dell’Ue a difesa della minoranza cristiana in Siria e nella Regione?
“Non ci sono solo i cristiani tra le minoranze in Medio Oriente. In Siria oltre il 60% della popolazione è sunnita. Il resto è composto da sciiti, alauiti, curdi, cristiani, drusi. Nella difesa delle minoranze dovremmo essere più inclusivi. Molti leader religiosi cristiani hanno detto di appoggiare Assad poiché li protegge contro le fazioni islamiste e qaediste. Bisogna tenere presente che quando si parla a difesa dei soli cristiani non facciamo altro che confermare agli occhi dei musulmani che ci interessano solo loro e non ci preoccupiamo degli altri. È necessario, invece, essere più inclusivi nella difesa dei diritti delle minoranze. Il dialogo interreligioso è uno dei punti più importanti da tenere presente per una soluzione giusta e pacifica della crisi”.