EDITORIALE
L’Europa come risponderà all’appello di Papa Francesco per la pace?
Nelle ultime settimane, mentre da diverse parti del mondo e della stessa Europa soffiava forte il vento della paura di un nuovo scenario di guerra internazionale, da Papa Francesco veniva invece sempre più insistente il soffio della speranza per la pace. Il Pontefice lo aveva fatto nascere con le parole del Vangelo e con quelle di Paolo VI. Parole che insolitamente trovavano e trovano un’accoglienza favorevole da parte dell’opinione pubblica mondiale, di numerose istituzioni politiche e sociali e di persone di altre fedi .
I gesti, le parole e la preghiera del Papa non erano e non sono, però, una strategia per posizionare la diplomazia vaticana al primo posto nell’agenda politica globale, attraverso iniziative di peacekeeping e di denuncia delle ingiustizie, che causano conflitti come la violazione dei diritti umani e le vendite illegali di armi. Vicende alle quali anche alcuni Paesi europei non sono estranei. C’era e c’è nella presa di posizione del Papa qualcosa di più profondo e di più importante di una affermazione di leadership morale indiscussa nella comunità internazionale.
Il suo grido di pace, magistralmente comunicato nella riflessione della Veglia del 7 settembre in piazza san Pietro e in successive occasioni, è il grido di pace del Signore e della sua Chiesa.
Questo grido parte dal cuore di Dio e bussa al cuore dell’uomo.
È un grido che, di fronte a tragiche disarmonie provocate con la violenza e l’ingiustizia, scuote, inquieta ma anche incoraggia a essere costruttori di armonia.
Il dramma attuale di una realtà umana caotica, frammentata e violenta, oggi visibile nella crisi siriana, può essere superato solo con una risposta di speranza che anche dall’Europa è atteso.
L’appello del Papa tocca la coscienza europea perché esca dal torpore e risponda alla sua vocazione alla pace, alla giustizia, alla solidarietà.
Realisticamente si può seguire questo cammino? Si può uscire da una spirale di dolore e di morte? Si può imparare di nuovo a camminare nelle vie della pace?
Il Papa dice: “Sì, è possibile per tutti”. Soprattutto per l’Europa che ha conosciuto gli orrori della guerra, ha saputo rimarginare le ferite, ha camminato con i passi della riconciliazione.
Rispondere senza esitazione alla sfida di costruire un mondo migliore è, dunque, un compito che gli europei devono assumere per primi. Lo ricorda Giovanni Paolo II nell’esortazione apostolica “Ecclesia in Europa” quando scrive: “Adoperiamoci per la costruzione di una città degna dell’uomo. Anche se non è possibile costruire nella storia un ordine sociale perfetto, sappiamo però che ogni sforzo sincero per costruire un mondo migliore è accompagnato dalla benedizione di Dio”.
Questo sforzo sarà la misura della “morale” della società europea e sarà un segno che annuncia una sua rinascita spirituale, morale e culturale.
I Paesi europei, le Istituzioni europee, i cittadini europei devono però decidere se essere un terreno arido dove il seme della pace e della speranza rimane privo di vita oppure se essere un terreno fertile dove il seme della pace e della speranza muore per dare vita a un albero con frutti abbandonanti e gustosi.
L’Europa ha oggi una grande occasione per rinascere. In un momento difficile Papa Francesco le ha indicato la strada, quella delle Beatitudini, per ritrovare se stessa come maestra in umanità dentro e fuori il proprio territorio.
I luoghi della sofferenza e della guerra sono in attesa di un segnale di speranza dall’Europa. Chi ha responsabilità di guida nel Vecchio Continente ma anche ogni cittadino europeo non può e non deve trasformare l’attesa in delusione.