EDITORIALE

Non è stato un caso

Robert Schuman, morto 50 anni fa, è ritenuto uno dei “padri fondatori” dell’Ue

Cinquant’anni fa, il 4 settembre 1963, moriva Robert Schuman, padre fondatore della Comunità europea. Come ministro degli esteri francese, cinque anni dopo la fine della seconda guerra mondiale, egli ebbe il coraggio e la lungimiranza di offrire un progetto comune di riconciliazione per un futuro di pace alla Germania, Paese confinante sotto la cui furia distruttiva la Francia aveva particolarmente sofferto durante il regime nazista.
La sua proposta, che egli presentò al cancelliere tedesco Konrad Adenauer, mirava all’unione e alla gestione congiunta delle industrie del carbone e dell’acciaio dei due Stati. Carbone e acciaio, sulla base delle esperienze di quel periodo, rappresentavano i mezzi che erano stati indispensabili per l’industria bellica e dunque per la guerra. Se si fosse eliminata la competitività rispetto a tali beni, gli Stati nazionali avrebbero ridotto occasioni, motivi e strumenti per fare la guerra l’uno contro l’altro.
Al progetto, il cui successo fu il presupposto dell’accordo franco-tedesco, avrebbero dovuto poter aderire altri Paesi europei limitrofi. Italia, Paesi Bassi, Belgio e Lussemburgo accettarono l’invito reso noto con la famosa “Dichiarazione Schuman” del 9 maggio 1950.
La risposta di Adenauer, a cui Schuman aveva chiesto l’approvazione prima di presentare pubblicamente il suo progetto, fu immediata. Tra i due statisti c’era un rapporto di fiducia, determinato non da ultimo dal fatto che entrambi erano cattolici praticanti. Tutti e due erano originari della zona del confine franco-tedesco. L’esperienza di persone che vivono “sul confine” era in comune anche con Alcide de Gasperi, il Presidente del Consiglio italiano, anche lui cattolico praticante, con cui poterono comprendersi facilmente sia negli elementi di fondo che nelle questioni pratiche connesse con il futuro del progetto europeo. Anche rispetto al ministro degli esteri lussemburghese, che poi divenne presidente del consiglio, Joseph Bech, queste caratteristiche corrisposero perfettamente, così che si costituì un gruppo di personalità congeniali che, stimolate dalla visione “Schumaniana” e trovandosi a ricoprire le più alte cariche di governo furono in grado di realizzare questa visione.
Erano tutti – per citare una frase che Benedetto XVI quando, nel giugno 2009, parlò di Alcide De Gasperi – passati attraverso la “scuola del Vangelo” ed erano ben radicati nella fede. Essi possono perciò ancora oggi essere considerati modelli, sia rispetto al modo di vivere la propria vita cristiana, sia nei metodi e contenuti del loro lavoro politico concreto, il cui successo ancora resta.
Non è stato forse un caso che Robert Schuman, come ministro degli esteri francese, potesse svolgere un ruolo politico decisivo in quel periodo cruciale della storia europea; che abbia usato questa funzione per lanciare una proposta che avrebbe dovuto dare una svolta decisiva alla storia del continente; che la sua proposta abbia trovato partner congeniali nei governi dei Paesi vicini; che finalmente la sua proposta abbia trovato realizzazione. Tutto ciò non è stato un caso, ma piuttosto una  benedetta congiuntura, il frutto di una fede pensata e vissuta. Un frutto che ha giustificato l’avvio di un processo di beatificazione alla luce delle molte pagine della  vita spirituale di Robert Schuman.