ECUMENISMO " "

Colmare le distanze” “

Il segretario Kek parla del cammino delle Chiese e dei rapporti con i cattolici

La conferenza delle Chiese europee (Kek) ha rinnovato in modo molto radicale la propria Costituzione nell’ultima assemblea, poiché la novità del contesto europeo richiede nuove risposte e quindi anche “una nuova struttura, più leggera e gestibile”, spiega in un’intervista a Sir Europa il segretario generale Kek, rev. Guy Liagre (Chiesa protestante unita del Belgio). Ora si guarda al futuro con l’obiettivo di “coinvolgere maggiormente gli attori della Kek senza essere separati nelle diverse commissioni”.
Gli uffici Kek si sposteranno da Ginevra a Bruxelles: perché questo trasloco?
“Il nostro obiettivo non è assolutamente il ripiegamento sul lavoro d’interlocuzione con le strutture politiche dell’Unione europea. La scelta è dettata dall’esigenza di tagliare le spese, visto che gli uffici di Bruxelles sono di nostra proprietà. Certo è evidente il significato simbolico che il trasferimento potrebbe avere, anche se nella recente assemblea di Budapest non è mai stato tematizzato il fatto di volerci concentrare sul lavoro politico a danno del lavoro teologico. Sarà compito del nuovo Consiglio direttivo salvaguardare tale orientamento”.
La nuova Costituzione prevede che solo le Chiese siano componenti a pieno titolo della Kek, e non più le organizzazioni ecumeniche. Quale il significato di questo cambiamento?
“La scelta è stata di mantenere il titolo originario, Conferenza delle Chiese europee, e quindi restituire alle Chiese – che di fatto sono le contribuenti – la ‘proprietà’ della Kek. Vorremmo lavorare in modo piuttosto induttivo usando i talenti, le risorse e le competenze che sono presenti nelle Chiese. La Kek potrebbe essere il punto di collegamento tra le Chiese competenti sul piano teorico (teologico, sociologico…) e le organizzazioni ecumeniche internazionali che hanno grandi esperienze concrete, facendo da ponte tra le due dimensioni dell’ecumenismo oggi. La Kek vorrebbe diventare facilitatore piuttosto che promotore di programmi”.
L’assenza della chiesa ortodossa russa dalla Kek sarà risolta?
“La chiesa ortodossa russa è sempre stata una presenza importante nella Kek. All’origine dell’allontanamento c’è stato un problema locale, in Estonia, con implicazioni diplomatiche internazionali tra le chiese ortodosse. Due settimane prima dell’ultima assemblea siamo stati a Mosca, per un incontro molto cordiale e aperto: siamo consapevoli che si debba continuare il dialogo per trovare una soluzione al problema estone. Occorre anche riconoscere con onestà che ci sono stati degli errori da parte della Kek e quando ci sono degli errori e delle ferite bisogna lasciare che il tempo e lo Spirito agiscano per guarirli. Le relazioni potranno anche avere forme diverse da quelle che avevano nel passato. In generale le chiese stanno vivendo una sorta di ripiegamento, per le loro tante difficoltà interne (economiche, perdita di fedeli, confronto con la società…) e certamente questo ha conseguenze sulla difficoltà delle relazioni ecumeniche. La domanda che ci confronta tutti, e a cui diamo risposte diverse, è il futuro delle nostre chiese: alcune cercano di ritornare alla tradizione, altre invece si spingono su linee più ‘progressiste’. Ci sono problematiche (come aborto o omosessualità) che dividono le chiese al loro stesso interno. Tutti però cerchiamo il modo per rendere accettabile e accettato il messaggio del Vangelo”.
Quale il futuro della collaborazione con la chiesa cattolica?
“È chiaro per tutti che questa parte di lavoro per la Kek è importantissima e che nel futuro occorre rafforzare la collaborazione con il Ccee o comunque proseguirla per come è stata fino a qui. Sono persuaso che si possa continuare a vivere in buona armonia, anche se viviamo ancora un po’ a distanza. Questa distanza, come a volte è nelle relazioni interpersonali, può essere necessaria e può aiutarci ad approfondire degli aspetti della nostra identità”.
Che cosa porterà la Kek alla prossima assemblea del Consiglio mondiale delle Chiese, in ottobre a Busan?
In questi anni abbiamo sviluppato un dialogo molto importante con il Consiglio delle chiese dell’America latina. Nonostante fossimo due corpi di Chiese molto distanti l’uno dall’altro, abbiamo cercato di riflettere insieme ad esempio sulle problematiche della globalizzazione economica. I frutti di questo lavoro potranno essere portati a Busan. A livello europeo ci sono molte cose che si muovono. Ci sono anche delle tensioni che rischiano di crearsi a partire dalla delicata situazione economica e sociale in cui viviamo. Il compito sarà di costruire dei ponti per evitare i malintesi e le tensioni che rischiano di nascere come proiezione delle tensioni che esistono sul piano politico o all’interno delle singole chiese, che hanno molto poco a che fare con la teologia”.