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Turchia: quale risposta?

L’Ue di fronte a un Paese molto importante ma anche molto diverso dagli altri

Il 1 luglio la Croazia è stata accolta come 28° Stato membro dell’Unione europea. Nello stesso tempo, è stata aperta alla Serbia una prospettiva concreta di adesione. Anche la Bosnia-Erzegovina, la Macedonia, il Montenegro, il Kosovo e l’Albania possono ora nutrire la speranza di negoziare nel prossimo futuro la loro appartenenza all’Unione europea. Sarà in grado l’Unione europea, di fronte alle attese implicate, di creare le condizioni politiche e costituzionali per questo? Sarà in grado di superare la sua attuale crisi monetaria ed economica che è anche una crisi di fiducia e del sistema di governo europeo, così da rendersi resistente alle crisi in maniera durevole? Attraverso l’allargamento agli stati e popoli dei Balcani, l’Unione europea potrà anche accogliere la Turchia, che ha già avviato i negoziati con l’Unione europea e che – come appena deciso – continuerà a negoziare, anche se qui i diritti umani e civili di recente sono stati violati in modo particolarmente evidente? La Turchia è sotto diversi aspetti un caso particolare tra i candidati. E non solo a partire dalla recente rivolta dei cittadini contro il governo, che evidentemente non è in grado di portare avanti un dialogo razionale con i cittadini e risolvere il conflitto con mezzi democratici e costituzionali.
L’Unione europea è una questione di costruzione di una comunità transnazionale democraticamente legittimata, federalmente organizzata, di tipo nuovo, in cui gli Stati e i popoli europei uniscono i loro destini. Questa comunità ha stabilità e futuro ed è in grado di superare i problemi a motivo dei quali è stata fondata, nella misura in cui i cittadini e le forze politiche e sociali vive fanno proprio questo progetto. L’Unione europea è fondata su un ordine costituzionale vincolante scritto; i suoi principi autorevoli sono la libertà, la democrazia, il rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali e lo Stato di diritto. Come comunità di riconciliazione, di pace, di solidarietà e di diritti, l’Unione europea è innanzitutto una comunità di valori.
La domanda se la Turchia possa o debba essere ammessa come membro dell’Unione europea deve essere affrontata in questo contesto. Non è una questione di politica estera, che deve essere risolta dalla diplomazia, ma è una questione di compatibilità dell’ordine statale e sociale della Turchia con quello dell’Unione europea. C’è un dubbio sostanziale e ragionevole sul fatto che a questa domanda si possa rispondere in modo affermativo. Perché nonostante gli anni di appartenenza al Consiglio d’Europa e nonostante i cinquantennali rapporti con la Comunità europea, la Turchia non ha fino ad ora creato le condizioni necessarie per l’Ue, benché la sua classe politica da lungo tempo abbia diffuso l’idea della candidatura del paese.
Le ragioni per l’inadeguatezza che ora emergono stanno nelle differenze fondamentali degli sviluppi storici e culturali. I successi dell’Unione europea e la sua duratura coesione si basano in gran parte sul consenso storico-culturale che esiste tra i popoli degli Stati membri. Il popolo turco non è coinvolto in questo consenso, anche se la maggior parte della classe istruita, i militari e i rappresentanti dell’economia e dell’industria reclamano per se stessi un’identità e un orientamento occidentali o europei.
L’appartenenza della popolazione turca all’Islam non è fondamentale per la risposta alla richiesta di adesione della Turchia. L’Unione europea non è, naturalmente, un ‘club cristiano’, anche se il cristianesimo è una delle forze più influenti in Europa. Parecchi milioni di musulmani vivono e lavorano negli Stati membri, molti dei quali sono cittadini di questi paesi e quindi cittadini dell’Unione, e quindi musulmani europei.
Più determinante è il fatto che ogni comunità per raggiungere il suo scopo in quanto tale deve essere in grado di soddisfare gli interessi e le esigenze dei suoi membri. Ciò significa che deve essere governabile. La sua governabilità dipende non solo dalla solidità e dall’affidabilità delle sue istituzioni politiche, ma anche dalla sua espansione territoriale, dalle condizioni demografiche e – non da ultimo – dal contesto geopolitico in cui si realizza. In altre parole, una comunità non si può espandere a piacere. Ad un certo punto ogni organizzazione raggiunge la dimensione critica.
La Turchia è un paese grande, popoloso, situato in una posizione geopoliticamente esposta e – in relazione al territorio dell’Unione – estrema, periferica. Non è quindi infondato il timore che la sua adesione potrebbe gravare l’Unione di forze centrifughe che necessariamente si manifesterebbero in modo tale da mettere in discussione la coesione.
Per la Turchia, sarebbe quindi auspicabile cercare una soluzione diversa da quella dell’adesione, come quella di un partenariato speciale. Sui contenuti e le forme di questo partenariato varrebbe la pena negoziare. A questo importante partner della Nato, che svolge una delicata funzione di cerniera tra Oriente e Occidente, dovrebbe essere data la possibilità di trarre tutti i possibili benefici politici ed economici da una collaborazione permanente e stretta con l’Unione. Ciò consentirebbe inoltre alla Turchia, meglio che se fosse membro dell’Unione, di svolgere un ruolo politico e culturale importante in relazione ai popoli della sua regione a lei più vicini e simili culturalmente o etnicamente.
Un’adesione all’Unione europea con poca probabilità soddisferebbe le ambizioni della Turchia. Includerle spaccherebbe l’Unione europea con pressioni eccessive.