SARAJEVO
Dall’attentato all’arciduca d’Austria, nel 1914, ai problemi irrisolti della Bosnia-Erzegovina di oggi
Da Sarajevo a Sarajevo, da Gavrilo Princip, giovane dell’organizzazione clandestina Giovane Bosnia, al cecchino serbo che dalle alture circostanti sparava sulla città. Il primo scaricò la sua pistola contro l’arciduca d’Austria Francesco Ferdinando e sua moglie, incinta, Sofia di Hohenberg, mentre transitavano a bordo della loro vettura scoperta sul ponte Latino. Era il 28 giugno 1914 e quegli spari furono considerati il casus belli della prima guerra mondiale. Il secondo rimane, forse, l’immagine tristemente nitida e crudele del più lungo assedio della storia bellica moderna, dal 5 aprile 1992 al 29 febbraio 1996, durante il quale a essere colpiti erano gli abitanti della città, uomini, donne, bambini, anziani, senza distinzione alcuna.
Tormenti di ieri e nuovi interrogativi. Due vicende tormentate, due simboli del Vecchio continente, che si appresta a celebrare il centenario della primo conflitto mondiale da cui non può non sprigionarsi anche una riflessione sull’idea di Europa. Cinque proiettili che cambiarono il corso della storia, e che valsero, almeno per una parte dei bosniaci, il titolo di “narodni heroj”, eroe nazionale, al diciasettenne Princip che mai avrebbe immaginato che dal suo gesto l’Impero si sarebbe dissolto, che la Russia avrebbe visto la sua rivoluzione e che l’Europa sarebbe stata segnata da due guerre mondiali e un conflitto fratricida nei Balcani negli anni ’90. Da Sarajevo e Sarajevo, appunto. Qui la coscienza dell’Europa ancora geme per il sangue procurato e versato.
Prima la crisi economica, poi le alluvioni. Oggi la gente cammina sul ponte Latino, lo attraversa passando quasi distrattamente sotto la lapide che ricorda l’attentato di Princip. Cammina e non corre come faceva durante l’assedio di quasi 80 anni dopo, per evitare le pallottole serbe. Sotto i tre archi del ponte le acque basse del fiume Miljacka scorrono altrettanto lente. La città è piena di bandiere blu con il triangolo giallo – che ricorda la forma dello Stato – e una fila di stelle bianche a cinque punte che rappresentano l’Europa. Ma sono lì per festeggiare la nazionale che ha partecipato, per la prima volta nella sua storia, a un Mondiale di calcio. Purtroppo eliminata subito, con l’amaro in bocca, già nella fase a gironi. Il lungo programma di eventi messo in piedi dalla città per il centenario dell’attentato all’arciduca sembra non interessare molto la gente, ben più preoccupata di far fronte a una profonda crisi economica che si ripercuote sul mercato del lavoro e aggravata dalle alluvioni disastrose di maggio che hanno messo in ginocchio non solo Sarajevo, ma tutto il Paese.
“Fare della città un luogo di pace”. Tuttavia secondo Ivo Komiæ, sindaco di Sarajevo, “è necessario fare di questa città un luogo di pace, cent’anni dopo l’inizio della prima guerra mondiale. Sarajevo torna al centro del mondo non per le sue tragedie del passato, ma per il messaggio di pace e di solidarietà che oggi intende lanciare”. Un anticipo lo si è avuto lo scorso 9 maggio, quando è stata riaperta la Vijeænica, la storica biblioteca cittadina, a quasi 22 anni dal rogo causato dalle bombe serbe, e a 18 anni dall’inizio dei lavori di ricostruzione. E sarà proprio qui, come annunciato dal sindaco Komiæ, “in questo centro dove convivono culture e razze, che la Filarmonica di Vienna, il 28 giugno, suggellerà le commemorazioni per il centenario dell’uccisione di Francesco Ferdinando”. Rassegne teatrali, musicali e cinematografiche, incontri di giovani da Ue e Usa, gemellaggi scolastici, conferenze, dibattiti e convegni storici completano il programma.
Passato, retorica, promesse disattese… Ma c’è anche chi, come Zlatko Dizdareviæ, già ambasciatore della Bosnia-Erzegovina in Croazia e Medio Oriente, ritiene che tutte queste iniziative, promosse nel nome del centenario, abbiano un fondo di “cinismo e che tutto venga fatto per dimenticare quella che è la realtà della Bosnia-Erzegovina oggi, una realtà che nessuno vuole affrontare. C’è una grande retorica, e falsità, in queste celebrazioni. Alla gente di Sarajevo non interessano, questa non è la nostra festa. I cittadini sono stanchi di questi dibattiti. Sarajevo è stanca delle promesse europee, che qui vengono regolarmente disattese”. Nella Sarajevo che celebra i 100 anni della guerra mondiale, dunque, i problemi sono ancora irrisolti. Lo dimostra anche il fatto che, spiega l’ex ambasciatore, “nelle nostre scuole elementari abbiamo manuali di storia che presentano tre versioni diverse sulle cause alla base dello scoppio della guerra 1914-18”. Un punto di vista condiviso sembra quanto mai lontano e il rischio è che ci si dimentichi del passato. Basterà la lapide sul ponte Latino a tenerlo vivo?