CHIESA IN TURCHIA

“Chi parla mai di noi?”

La riflessione del presidente dei vescovi. Comunità povera, cuore generoso

Non c’è amarezza né rassegnazione nelle parole di monsignor Ruggero Franceschini, presidente della Conferenza episcopale turca (Cet), arcivescovo latino di Smirne, e da ormai 4 anni anche amministratore apostolico del Vicariato apostolico dell’Anatolia (in attesa di un nuovo pastore), mentre racconta del “piccolo gregge” che conduce insieme ai suoi confratelli vescovi dei diversi riti, ai pochi sacerdoti, religiosi e religiose. Secondo i dati più aggiornati, i cattolici in Turchia sono 47mila (0,06%) su oltre 75 milioni di abitanti, suddivisi in 7 circoscrizioni o diocesi per 55 parrocchie, delle quali poco meno della metà senza parroco, e 11 sedi pastorali. Alla cura di queste comunità pensano 5 vescovi, 13 sacerdoti secolari e 57 del clero religioso, circa 70 consacrati, una decina di missionari laici e poco più di 60 catechisti. Numeri piccoli, che si scontrano con la vastità di un Paese che costringe i sacerdoti a lunghe ore di viaggio per raggiungere piccole comunità cristiane per celebrare una messa o per un momento di preghiera e formazione, amministrare i sacramenti e cercare di essere per loro un “punto di riferimento”. Una testimonianza che “è data con gioia, senza grandi discorsi, e apprezzata anche dalla popolazione musulmana”.

La prima terra di missione. Nell’attuale regione turca il Vangelo arrivò da Gerusalemme grazie a san Paolo che fondò numerose comunità. Luoghi come Antiochia, Tarso, Efeso (Meryem Ana Evi o Casa della Madonna), Nicea, Cappadocia, appartengono alla storia della cristianità. Oggi come allora è rimasta terra di missione, “ma solo per pochi” sottolinea l’arcivescovo che appartiene all’Ordine dei Frati minori cappuccini e da oltre 30 anni nel Paese della Mezzaluna. “Con un numero maggiore di persone, e non parlo solo di sacerdoti, riusciremmo a fare molto di più. Ma qui vengono in pochi. L’ultimo, tre anni fa, è stato un sacerdote di Ariano Irpino, ora rettore della nostra cattedrale di Smirne, completamente rinnovata nelle strutture, grazie al sostegno economico della Chiesa italiana e tedesca, e rinnovata anche nel servizio pastorale. Stiamo ancora aspettando un pastore che prenda il posto di monsignor Padovese, assassinato a Iskenderun il 3 giugno 2010. Facciamo fatica ad avere sacerdoti e missionari anche da Paesi tradizionalmente generosi come la Polonia”. “Chi sceglie di venire da noi – dice senza mezzi termini mons. Franceschini – rischia di restare solo nella parrocchia, senza un sostegno economico adeguato, diventando una facile preda. Sarebbe importante avere delle piccole comunità di sacerdoti, religiosi, laici amici che, sostenuti e incoraggiati dal vescovo, possano condividere i momenti e belli e brutti che la nostra missione ci riserva, così da superarli insieme. Non siamo, infatti, tutti ‘specialisti’ della solitudine”.

Conversioni all’islam. Nella Chiesa turca le luci e le ombre si sovrappongono, quasi a nascondere i netti confini che le separano. Alle ombre delle aggressioni e delle morti cruente di don Andrea Santoro, ucciso nel 2006 a Trabzon, e di mons. Luigi Padovese, si sovrappongono le luci dei loro martirii e quelle di altri cristiani, con le eredità di dialogo e di rispetto che hanno lasciato. Nonostante ciò, crescono i convertiti all’islam proprio tra i cristiani: ben 616 (di cui 150 tedeschi e 52 russi) dall’inizio del 2014, secondo il segretariato generale degli Affari religiosi in Turchia. Ma mons. Franceschini non si scompone più di tanto: “Sono conversioni in larga parte di convenienza, quelle vere si contano sulle dita di una mano. La conversione all’islam consente di ottenere favori e condizioni di vita migliori”. “Fenomeni come questi – aggiunge – possono dare ai nostri cristiani stimoli a crescere nella fede. E possono aiutare anche quei cristiani che non vivono qui, a non dimenticarci”. Poi una stilettata: “In fondo, chi parla mai di questa Chiesa?”.

Necessità di aiuti. “Piccola, povera e generosa”, la Chiesa turca da più di tre anni si sta prodigando per aiutare i profughi siriani in fuga dalla guerra nel loro Paese. “Non abbiamo molto, ma quello che riceviamo come aiuto, anche dalle autorità turche, lo doniamo ai rifugiati. Abbiamo bisogno di tanto supporto! Ci aspetteremmo qualcosa di più dai fratelli con i quali condividiamo la stessa fede”. Tra i pochi che hanno raccolto l’appello del presidente dei vescovi turchi, il neo eletto segretario generale della Conferenza episcopale italiana, monsignor Nunzio Galantino. “Si è ricordato di noi comprendendo immediatamente il nostro dramma spirituale e materiale – rivela l’arcivescovo di Smirne -, si è subito mosso per aiutare una nostra comunità cristiana la cui chiesa sta crollando”. Le priorità, infatti, per la Chiesa turca sono anche le chiese che crollano e che vanno rialzate. “In Turchia una volta crollate, le chiese non possono più essere ricostruite. Se si possono ristrutturare prima del crollo, bene, altrimenti i bulldozer le spianano per sempre”.