EDUCARE IN EUROPA

Una scuola per crescere

Convegno Ccee-Ceec ha messo a fuoco la figura dell’insegnante cattolico

Le scuole cattoliche in Europa sono più di 35mila, per un totale di oltre 8 milioni di scolari e studenti. Nel mondo le stesse scuole cattoliche arrivano al rilevante numero di 210mila e gli allievi a 45 milioni. Cifre davvero consistenti, ma per le quali il congresso sulla formazione e accompagnamento spirituale degli insegnanti in Europa, svolto a Sarajevo dal 15 al 18 maggio, non ha esultato. Nella città dove 100 anni fa ebbe inizio la prima guerra mondiale e che una ventina di anni fa ha assistito a una terribile e sanguinosa guerra fratricida tra etnie e religioni (serbi, croati, musulmani, cattolici, ortodossi, con migliaia di morti da tutte le parti), ciò che è emerso dai lavori di una settantina tra vescovi, responsabili nazionali di pastorale scolastica, esperti e responsabili dell’associazionismo scolastico, è che oggi come non mai i docenti cattolici, sia operanti nelle scuole promosse dalla comunità cristiana sia in quelle laiche o statali, si confrontano con un clima sociale e culturale che cerca di mettere in crisi il loro ruolo e tenta di emarginare la visione cristiana della vita.

Chi è oggi un insegnante cattolico. Nell’epoca della secolarizzazione galoppante, del laicismo “paritario”, per cui gli Stati anche a forte presenza di cittadini cristiani scelgono l’assoluta neutralità di fronte a ogni credo, i congressisti (l’appuntamento era promosso da Ccee, Consiglio delle Conferenze episcopali europee, e da Ceec, Comitato europeo per l’educazione cattolica) si sono interrogati su cosa sia oggi un “insegnante cattolico” e quali contenuti possa avere l’azione educativa e missionaria della Chiesa nei loro confronti. Si è convenuto che il reclutamento e la formazione dei docenti siano una sfida per il futuro delle giovani generazioni e della Chiesa stessa. Benché la situazione degli insegnanti cattolici che operano in scuole della comunità cristiana piuttosto che in quelle non-confessionali o pubbliche appaia molto diversa, è emerso un elemento comune: si tratta della passione degli insegnanti per il loro ruolo di educatori. Ma diversi hanno parlato di una realtà preoccupante: quella di un crescente “anonimato” dei docenti credenti. È un atteggiamento che si riscontra soprattutto tra gli insegnanti cattolici che operano in scuole non confessionali. Consiste nel nascondere, se non camuffare l’appartenenza religiosa o i propri riferimenti valoriali.

Docenti incolori, insapori, inodori? Questo perché – si è affermato – aumenta la pressione per una “neutralità” valoriale dei docenti, che va proprio a colpire i punti di riferimento cristiani più vivi e vitali (temi quali vita, amore, morte, rapporti affettivi, famiglia…). Si distinguono in questa azione di pressione culturale correnti di pensiero relativistiche, quali quella del “gender”, che vorrebbero imporre una visione monocorde e asettica, a partire dalla pretesa e innaturale poliedricità delle identità sessuali cui la persona – si dice – avrebbe diritto di accedere. Ne deriva una immagine di docente cattolico che si vorrebbe “incolore”, “insapore” e “inodore”, un modello da perseguire in nome del rispetto della “diversità degli alunni” e per evitare ogni forma di influenza nei loro confronti. I dirigenti scolastici presenti a Sarajevo hanno parlato della crescita di condizioni di solitudine e di emarginazione tra i docenti, che può alle volte arrivare a una vera e propria disaffezione per l’attività didattica, ridotta a una mera trasmissione di nozioni, anche per quanto riguarda la cultura religiosa.

Ridare fiducia, dignità e serenità. Quali risposte hanno dato le Chiese europee rappresentate a Sarajevo? Che, nonostante tutto questo, il clima umano e spirituale tra i docenti comunque è ancora complessivamente positivo e si può puntare a una formazione e accompagnamento che ridiano fiducia, dignità e capacità culturale, senza indulgere al pessimismo. Molto importante è, in questa direzione, l’apporto dell’intera comunità cristiana (parrocchie, associazioni), perché è la Chiesa nel suo insieme a essere “comunità educativa”. Solo in questo modo è possibile assicurare coesione e coerenza tra un “progetto educativo” in ambito scolastico e quello dell’intera comunità cristiana. In tale processo, le scuole cattoliche possono giocare in tutta Europa – secondo quanto emerso – un ruolo fondamentale: nella loro libertà di proposta educativa, non solo continuano a formare i giovani ai grandi valori del Vangelo declinati nella cultura contemporanea, ma possono anche divenire stimolo al dibattito culturale tra le istituzioni scolastiche di diversa ispirazione.

Voci da tutta Europa. Diverse le voci che hanno arricchito l’incontro Ccee-Ceec: dal card. Vinco Puljic al vescovo Pero Sudar della diocesi ospitante, dalla presidente della Ceec Christine Mann al teologo Francois Moog, da padre Joao Seabra a Etienne Verhack, fino ai vescovi Marek Jedraszewski e Eric Aumonier degli organismi Ccee. Una varietà e coralità di posizioni che hanno mostrato la ricchezza di impostazione pedagogica e didattica, oltre che teologica e spirituale dell’universo scolastico cattolico europeo.