STATO DELL'UNIONE

Si cercano strade nuove

Tre giorni di confronto a Firenze per delineare il futuro dell’integrazione

L’Europa contesa tra chi ha voglia di costruirla e chi la vorrebbe disfare. Questa è la sensazione che si ha passando da un dibattito tra i candidati premier in corsa per la presidenza della Commissione europea, come quello che si è svolto a Firenze lo scorso 9 maggio, alle pagine delle testate nazionali in queste settimane, che se di elezioni europee parlano, è solo come un dettaglio accessorio nel racconto di una campagna elettorale che si gioca tutta a livello nazionale. La necessità di un’Europa unita e forte, politicamente ed economicamente, si potrebbe riscontrare negli eventi quotidiani legati, ad esempio, alla vicenda Ucraina (cui sono connessi temi quali la pace e la sicurezza, l’economia europea, l’energia, le migrazioni…). Come riuscire a districarsi tra le debolezze e le vischiosità del sistema-Europa resta una domanda urgente, discussa anche nella recente conferenza internazionale “The State of the Union”, promossa dall’Istituto universitario europeo il 7-9 maggio scorsi. Innumerevoli le presenze nella città italiana, con autorità Ue (fra cui il capo dell’Esecutivo José Manuel Barroso), ministri e parlamentari nazionali ed europei, economisti, giuristi, che hanno dato vita a serrati confronti sulla situazione attuale e sui possibili sviluppi dell’integrazione comunitaria.

Spiegare, farsi capire. “In Europa stiamo cercando di creare qualcosa di completamente nuovo e per questo disturbiamo le persone che ancora pensano con categorie del passato”, è la posizione determinata di Silvye Goulard, francese, parlamentare europea dal 2009. “Dovremmo spiegare con maggiore chiarezza che siamo nell’unica democrazia sovranazionale che esiste al mondo”, cosa che “richiede degli sforzi”. Maggiore impegno dovrebbe innanzitutto essere profuso dai mass media: “lavoriamo al buio, senza che i giornali parlino di quello che si fa” fra Bruxelles e Strasburgo e questo è uno dei tanti “ostacoli che impediscono ai cittadini di apprezzare ciò che avviene al Parlamento europeo”. Maggiore capacità di selezione dei futuri eurodeputati dovrebbe però essere esercitata dai partiti nazionali, “i quali candidano al Parlamento Ue le stesse persone che metterebbero in lista per le elezioni nazionali”, mentre ci sarebbe “una giovane generazione di persone ben equipaggiate”, i giovani europei cresciti con l’Erasmus. Per la Goulard, non è il caso di “sopravvalutare le forze dei partiti populisti”, anche se riusciranno a raggiungere il 25% dei seggi in Parlamento, perché in realtà “non hanno grandi punti in comune nei loro programmi politici” e “sono pigri”, non hanno capacità di produrre progetti e proposte, “ma sanno solo urlare e criticare”.

Le grandi domande. “L’Unione ha fatto passi da gigante in soli 60 anni e come europei dobbiamo essere fiduciosi che il futuro che ci aspetta si fonderà sui nostri valori, le nostre istituzioni e la nostra creatività”: è il messaggio di Brigid Laffan, irlandese, direttrice del centro di studi superiori Robert Schuman presso l’Istituto universitario europeo. Le prossime elezioni “saranno le prime da quando il Trattato di Lisbona ha cambiato le dinamiche fra le istituzioni europee”, ma sarà la prima volta che “tali dinamiche saranno messe alla prova”. La studiosa di relazioni internazionali invita a “concentrarsi sulle grandi domande (disoccupazione, ricerca, welfare…) evitando sterili dibattiti sul futuro”. Al futuro Europarlamento Laffan indica “quattro dinamiche” da avviare per far ripartire l’Ue “messa sotto pressione, ma non spezzata” dalle crisi di questi anni: non cedere “alla politica dell’antipolitica”, creare “più Europa e più inclusione” ma anche “più differenziazione, per evitare la disintegrazione” e “ritornare alla geo-politica” per dare all’Unione una politica estera definita.

Politica estera, spina nel fianco. “Diamo al mondo l’impressione che abbiamo 28 politiche estere diverse” nonostante istituti come l’Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la sicurezza, mentre invece “bisognerebbe iniziare a lavorare su una difesa comune europea, anche con un esercito leggero”: è l’opinione di Jean-Claude Junker, lussemburghese, candidato del Partito popolare alla presidenza della Commissione Ue, espressa nel dibattito del 9 maggio con altri tre concorrenti alla presidenza della commissione (assente il greco Alexis Tsipras, della Sinistra unitaria). D’accordo i Verdi, con il francese José Bové, che al milione e 800mila soldati (dei 28 Stati membri) “che non servono a niente per la sicurezza europea” sostituirebbe un esercito europeo di 300mila militari. “L’Ue è forte nella sua politica estera per quanto gli stati dell’Ue le consentono di essere”, rimpalla il tedesco Martin Schulz (Socialisti e democratici). Lo dimostra la crisi ucraina, ma non meno l’annosa questione israelo-palestinese, per cui l’Ue non sa trovare soluzioni, ma “non ha fatto abbastanza nemmeno nei Paesi della primavera araba”, o per la Siria, che Guy Verhofstadt (belga, Liberaldemocratici) definisce “una vergogna per l’Europa”.