DANIMARCA
Misure del governo per prevenire il crescente fenomeno dei suicidi fra gli anziani
Il governo danese ha recentemente varato una serie di misure per prevenire il suicidio tra gli anziani, gruppo di popolazione che registra tassi ben più elevati rispetto a tutte le altre fasce età. Oggi un terzo dei soggetti che decidono di togliersi la vita in Danimarca sono persone over65, con un picco tra gli uomini oltre gli 80 anni (rispettivamente 28 e 32 casi su 100mila abitanti tra gli uomini di 65-79 anni e oltre gli 80 anni; per le donne il tasso scende a 11 e 10 su 100mila). Il progetto mette a disposizione informazioni “sugli sforzi che sono attualmente in corso a livello locale per prevenire comportamenti suicidari tra gli anziani”. Inoltre mira ad affinare le conoscenze e competenze di professionisti e volontari che a vario titolo si trovano a lavorare a contatto con la terza età, anche riguardo la capacità di monitorare una depressione incipiente o il rischio di suicidio. Esiste poi un servizio offerto dallo Stato danese, che dà la possibilità agli anziani in buona salute di ricevere una visita a casa da parte di personale sanitario per una sorta di check up, ma soprattutto per verificare che cosa potrebbe essere fatto per migliorare la propria quotidianità. Sarah Numico ha intervistato su questo problema Karen Pallesgaard Munk, docente di psicologia presso l’università di Aaraus e membro del gruppo di ricerca “La società che invecchia”.
Il problema del suicidio tra gli anziani colpisce in particolare la società danese?
“La Danimarca ha un sistema di monitoraggio della società tra i più solidi ed efficaci del mondo, quindi il problema è monitorato in modo trasparente, anche perché non abbiamo nessun genere di condanna morale o religiosa nei confronti delle persone che si tolgono la vita. Per cui non c’è reticenza o vergogna nel segnalare che una morte è avvenuta per suicidio: esso non è ritenuto un atto moralmente cattivo, ma un grido di aiuto. E una indicazione del fatto che la società e la famiglia qui hanno fallito, che avrebbero dovuto aiutare in modo più efficace. Non è la persona da condannare”.
Quali sono le cause di questi gesti?
“È noto ad esempio che per i vedovi i primi sei mesi dopo la morte della moglie rappresentano un periodo ad alto rischio. Ogni genere di perdita rappresenta una minaccia: amici, lucidità mentale, la salute che degenera… Direi in sintesi che all’origine c’è ogni genere di ‘rottura’ e la mancanza di una visione per il futuro, se non l’irreversibilità della morte”.
Che cosa è mancato nella società?
“Il fatto che chi era intorno non si è accorto di quello che stava succedendo e che quella persona aveva bisogno di aiuto. Per la popolazione danese è un obbligo morale essere attenti all’individuo che ti è accanto, al tuo vicino. E quando una persona si suicida, vuol dire che si è mancato a quell’obbligo”.
Si è quindi registrato un indebolimento di quell’obbligo morale?
“Non penso si possa parlare d’indebolimento. Il suicidio non si può sempre prevenire. Il numero di suicidi si è mantenuto costante, mentre sono aumentati gli anziani nelle nostre società rispetto a prima. Penso che questa parte della vita sarà sempre una sfida per la società e un invito a occuparsi degli anziani e della loro visione del futuro”.
Questi anziani sono lasciati soli dalle loro famiglie?
“I Paesi nordici sono stati spesso accusati di abbandonare gli anziani negli istituti. In realtà questa immagine non è corrispondente alla realtà: gli anziani vengono ricoverati solo nei casi di malattia gravemente invalidate, fisica o mentale. Per il resto vengono seguiti a casa dai familiari o dal servizio di assistenza dei singoli comuni”.
Le iniziative del governo secondo lei saranno efficaci?
“Certamente la formazione e la qualificazione del personale sanitario e di coloro che lavorano con gli anziani, a livello medico e psicologico, è importante. Ma a volte si possono fare molte cose, anche molto concrete e semplici nella vita quotidiana per migliorare l’esistenza delle persone”.
Quale percezione della vecchiaia ha la società?
“In Danimarca abbiamo molti dei valori tipici dell’occidente: è importante essere giovani, sani, belli e invecchiare è ritenuto una brutta cosa. C’è tutta una retorica sull’invecchiamento di successo, su come mantenersi giovani e sani. Ma allo stesso tempo siamo una società che invecchia e quindi c’è anche l’esigenza di spingere in avanti alcune scadenze, come quella del termine dell’attività lavorativa. E quindi è cambiata la narrativa sull’invecchiamento, per cui ora, per fini economici e lavorativi, si dice che invecchiare è bene, è esperienza, è saggezza… Sto preparando una domanda di finanziamento per un progetto di ricerca su ‘vivere bene nella fase del declino’, ma è incredibile come tutto il denaro venga indirizzato su ricerche che si preoccupano di una retorica dell’invecchiamento che non ammette debolezze. Eppure la vecchiaia e la morte non si possono nascondere! Io voglio invece indagare come si può migliorare la vita nella consapevolezza che si è in questa ultima fase della vita”.