TURCHIA

Vince Erdogan, Europa lontana

Le elezioni amministrative si sono svolte in un clima infuocato. Accuse di brogli

  Con il 45,6% dei voti al partito conservatore islamico Akp – solo quattro punti in meno rispetto al 49,6% delle elezioni politiche del 2011 – contro il 28,2% al Chp, partito popolare repubblicano, il maggiore schieramento all’opposizione, è netta la vittoria alle amministrative del 30 marzo del premier turco Recep Tayyip Erdogan, il cui partito mantiene il controllo di Istanbul, dove vota un quinto del bacino elettorale del Paese, e della capitale Ankara. Dalle urne esce una Turchia più “islamica”, secondo molti osservatori internazionali anche più autoritaria, meno democratica, certamente più lontana dall’Europa, il cui ruolo rimane tuttavia strategico per l’ordine e la stabilità della macroregione mediorientale, tra l’Asia e l’Europa mediterranea.

Tra sospetti e veleni. Oltre 52 milioni i cittadini chiamati a esprimersi sulle nuove amministrazioni locali. Il Paese era arrivato al voto in un clima di tensione, sospetti, veleni e lotte senza esclusione di colpi, dopo la sanguinosa repressione della rivolta di Taksim, lo scandalo della tangentopoli turca esploso il 17 dicembre e accompagnato da accuse di corruzione a tutti i livelli, le registrazioni telefoniche che incastrerebbero il premier insieme al figlio, le accuse di epurazioni di magistrati e poliziotti ostili, le ultime scottanti rivelazioni su presunti piani di intervento militare “provocato” in Siria. Secondo alcune registrazioni di conversazioni fra dirigenti turchi – fra cui il ministro degli esteri Ahmet Davutoglu, il capo dei servizi segreti Hakan Fidan e il vicecapo di stato maggiore Yasar Guler – uscite il 27 marzo su Youtube, Fidan avrebbe proposto di mandare in Siria “quattro uomini per lanciare missili” contro il territorio turco o organizzare un attacco contro la tomba di Suleyman Shah, una enclave turca a 30 chilometri in territorio siriano. L’autenticità di queste intercettazioni è ancora tutta da verificare e da dimostrare, tuttavia il clima incandescente della vigilia aveva spinto Erdogan ad annunciare che se il suo partito Akp avesse subito un crollo di consensi e non avesse ottenuto il primo posto, avrebbe lasciato la politica.

Bavaglio alla “rete”. La giornata elettorale ha registrato tensioni a Istanbul, con una piazza Taksim sigillata dalle forze dell’ordine per timori di proteste dopo le prime denunce di casi di brogli, ed è di otto morti e una trentina di feriti il bilancio dei violenti scontri in alcuni comuni rurali nelle province di Hatay e Sanliurfa (vicino al confine con la Siria) tra fazioni rivali schierate con candidati opposti alla carica di capo-villaggio. All’indomani del voto si parla anche di brogli e manipolazione dei dati e nel frattempo, dopo il blocco di Twitter a dieci giorni dalle consultazioni e l’oscuramento di YouTube, il 28 marzo, in nome della “sicurezza nazionale”, Google denuncia che la Turchia sta “dirottando” il traffico web dal suo motore di ricerca attraverso la modifica degli indirizzi Dns che consentono di arrivare ai siti corrispondenti alle voci trovate. Secondo il colosso di Mountain View, i provider turchi avrebbero impostato i server in modo da apparire come Dns di Google. Intanto il premier tuona contro i presunti complotti nei suoi confronti da parte degli oppositori e promette “vendetta”, facendo riferimento al filosofo islamico Fetullah Gulen, suo storico ex alleato, oggi accusato di essere il mandante della campagna diffamatoria nei suoi confronti con l’appoggio di lobby finanziarie laiche e di potenze straniere.

Fiducia al premier. Preannunciato come un referendum pro o contro lo stesso Erdogan e il suo partito, e come un test elettorale in vista delle presidenziali di agosto, il voto è stato chiaro. Secondo gli analisti, sembra che la popolazione abbia preferito ignorare gli scandali, la corruzione, le violazioni dei diritti umani, il bavaglio alla libertà e alla democrazia imposti dal premier, confermando fiducia a chi guida il Paese dal 2002, ritenuto in grado di comprendere esigenze e attese del suo popolo, mantenere le promesse elettorali in materia di grandi opere e infrastrutture, e di rilanciare l’economia. Erdogan pare essere riuscito a compattare il suo elettorato storico, musulmano e rurale. A giocare a sua favore anche le divisioni nell’opposizione. Una novità nella storia della Turchia: per la prima volta a guidare tre città metropolitane – Diyarbakir, capitale del Kurdistan turco; Aydin, e Gaziantep, vicino al confine con la Siria – sono state chiamate tre donne, ma la percentuale di candidate donne di tutti i partiti all’appuntamento elettorale non ha superato il 5%.