EDITORIALE/2
Elezioni Ue: non saranno “solo” una sfida politica. In gioco il futuro del continente
“La politica europea deve osare: osare comunicare, osare il cambiamento ma soprattutto ‘osare la democrazia’. Dopo cinque anni di crisi, di frustrazioni, di disoccupazione crescente, la possibilità di proseguire con il business as usual non è concessa. Non è concessa perché sta crescendo la marea euroscettica e populista che vuol disfare l’Unione”. La preoccupazione e l’appello sono di Martin Schulz, dal 2012 presidente del Parlamento europeo, nel suo recentissimo libro “Der gefesselte Riese. Europas letzte Chance” (Il gigante incatenato. L’ultima chance per l’Europa). La tensione in Ucraina, che tiene il mondo con il fiato sospeso, rende ancor più forte la preoccupazione di Schulz perché un’Unione europea indebolita non aiuterà la soluzione politica di una crisi gravissima.
L’immagine di una persona muscolosa in catene rimanda all’arroganza della tecnocrazia e della burocrazia e al loro prevalere sulla politica e sulla cultura. Ma anche si coglie la debolezza e la resa della politica di fronte alla complessità, alla crisi non solo economica, al disorientamento e alla domanda di futuro. Prende piede il dubbio che il gigante non sia stato incatenato dopo una dura lotta contro “i mostri” di Bruxelles e di altre capitali europee, ma si sia arreso troppo presto ai “mostri”. In ogni caso, scrive Schulz, “dobbiamo definitivamente sbarazzarci di queste catene in modo che l’Europa insieme agli altri ‘giganti’ e alle altre potenze mondiali possa contribuire ad archiviare gli errori del XX secolo”.
Doveroso impegno quello di correggere gli sbagli ma non è sufficiente perché l’Europa riprenda quota. Occorrono grandi visioni, grandi orizzonti culturali, sociali, spirituali perché il bene comune, la pace e la solidarietà non rimangano parole vuote. Neppure basta ripetere che “occorre più Europa”: è necessario indicare gli ambiti nei quali occorre “più Europa” e definire le scelte più adatte per lo sviluppo di questi stessi ambiti. Schulz indica il settore monetario e commerciale, la politica estera, le politiche economiche, finanziarie, migratorie, ambientali. Non c’è dubbio che queste siano le priorità. Tuttavia il riscatto dell’Europa non passa solo su queste strade. Occorre, prima che sia troppo tardi, riaprire le strade della formazione di una coscienza europea che ritrovi le ragioni di uno stare insieme nella storia e dica le ragioni di una solidarietà che si misura oltre i confini nazionali.
Le elezioni del 22-25 maggio stanno arrivando mentre avanza l’euroscetticismo e mentre da Oriente giungono nubi inquietanti. Il voto si pone al bivio tra il sonno del gigante e il risveglio di un’Europa che avverte la responsabilità di giocare unita la sua partita di libertà per non finire come una pedina qualunque sul tavolo da gioco delle grandi potenze.
“La politica europea deve osare: osare il comunicare, osare il cambiamento”, scrive Schulz, ma la politica non è figlia di nessuno e se la cultura, a cominciare da quella dei singoli Paesi, non uscirà dal “thinking as usual” sarà difficile ritrovare le ragioni di un impegno comune e il gigante rimarrà incatenato a osservare impotente il crollo di una casa costruita con i mattoni della speranza e della fiducia.
Le elezioni europee sono ormai prossime e su di esse, almeno per ora, si staglia l’ombra sempre più minacciosa della tensione in Ucraina. Una ragione in più per dare al voto europeo un valore non solo politico. Una ragione in più per liberare il gigante dalle catene perché, finalmente libero, risponda alle attese di solidarietà, di crescita, di giustizia e di pace.
Il tempo che separa i cittadini europei dalle elezioni è breve, ma è forse l’ultima opportunità per “affermare con orgoglio di essere europei”.