EDITORIALE " "
Bilancio negativo, purtroppo, del primo mandato dell’Alto rappresentante
Le elezioni europee si avvicinano ed è dunque tempo di fare qualche bilancio, soprattutto per una figura istituzionale come quella dell’Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza, che è stata notevolmente riformata sia nel ruolo sia nelle funzioni subito prima del mandato in corso. I motivi per rafforzare la politica estera e di difesa comune non mancherebbero, ma cedere potere nell’ambito della politica estera e di sicurezza significa intaccare profondamente la sovranità dello Stato e per questo motivo lo sviluppo di una politica comune europea si è realizzato negli anni con grande lentezza.È necessario tenere bene in mente questa tensione valutando l’operato di Catherine Ashton alla fine del suo incarico, poiché il bilancio non è positivo, ma non soltanto per sua responsabilità. La politica estera e di sicurezza dell’Ue negli ultimi anni è stata titubante e inconcludente, ma in buona parte è stata proprio come la maggioranza degli Stati membri voleva che fosse. Sin dalla scelta della Baronessa Ashton, che prima mai si era occupata professionalmente di politica internazionale, di sicurezza o di difesa, molti avevano capito che l’intenzione dei governi era di far mantenere all’Alto rappresentante un basso profilo, creando una figura che non disturbasse i veri manovratori. In una prospettiva puramente nazionale, è perfettamente comprensibile che gli Stati vogliano mantenere un controllo diretto sull’organizzazione e l’utilizzo delle proprie forze armate, sullo sviluppo delle politiche di difesa e sull’eventuale invio di missioni di peacekeeping in teatri di guerra. In considerazione del deficit democratico che caratterizza l’Ue e della distanza che tuttora separa le istituzioni di Bruxelles dai cittadini europei, la volontà di conservare il potere decisionale sull’utilizzo dei propri soldati è anche facilmente giustificabile davanti all’opinione pubblica.Tuttavia, pur tenendo conto di questi fattori, la politica estera dell’Ue negli ultimi anni si è mostrata insufficiente rispetto alle sfide. L’incapacità di sviluppare una politica estera chiara, il costante ritardo con cui l’Alto rappresentante ha affrontato le crisi internazionali che si sono susseguite e la mancanza d’incisività mostrata una volta che esse venivano trattate sono sotto gli occhi di tutti. In maniera ancora più grave, l’Ue ha fallito in quello che dovrebbe essere il suo compito fondamentale in politica internazionale, ossia agire da volano di pace e stabilità. La mancanza di una visione strategica per l’area mediterranea e mediorientale ha fatto sì che l’Unione fosse colta totalmente di sorpresa dalle primavere arabe, restandone un inerte spettatore. Come se ciò non bastasse, il vuoto di politica estera comune degli ultimi anni ha corrisposto al risorgere di velleità neocoloniali in Francia e Gran Bretagna. L’uso spericolato della forza armata mostrato nel conflitto libico male si accorda al ruolo di potenza civile dell’Europa ed è difficile da giustificare sul piano delle necessità umanitarie. L’Ue ha permesso che avesse luogo senza guidare poi la ricostruzione del paese una volta cessate le ostilità. Inoltre, l’Europa non riesce a essere un mediatore incisivo nel conflitto israelo-palestinese e nei negoziati sul nucleare iraniano neppure adesso che gli Stati Uniti si stanno sganciando dal Medio Oriente, e non sarebbe stata neppure in grado di impedire uno sciagurato intervento in Siria se una mobilitazione ben più ampia non lo avesse impedito in altri modi. Al contrario, la Santa Sede si è espressa con forza contro la guerra e per il dialogo in tutte queste occasioni, fornendo sempre ragioni precise e basate su una lucida analisi dei fatti, non certo su considerazioni teologiche. Se l’Ue vorrà veramente portare la pace con la propria politica estera, sono chiari sia gli esempi cui guardare che quelli da evitare.