EDITORIALE

Comunicare l’Europa:” “la terza via del realismo

Elezioni Ue e media, oltre le polarizzazioni tra scetticismo e pessimismo” “

In un’Europa in crisi di identità e di vocazione c’è, in alterativa a quelle del pessimismo e dello scetticismo, la strada stretta del realismo. Non è ben segnalata nelle carte topografiche del pensiero e della comunicazione. È, d’altra parte, un tracciato impegnativo e a chi lo inizia non sempre è chiaro il suo snodarsi in paesaggi sociali, politici e culturali che continuamente cambiano.Anche per i media l’immagine delle tre vie si pone con evidenza a pochi mesi dal voto per il rinnovo del Parlamento europeo. Da quell’esito verrà un segnale forte, negativo o positivo, per il futuro dell’Unione europea e per quella non trascurabile parte di Europa che vive e cresce oltre la frontiera comune. Ma anche per il resto del mondo.Le elezioni che si terranno dal 22 al 25 maggio, allora, non dovrebbero essere raccontate solo come un fatto politico del tutto interno all’Unione. Non dovrebbero essere una notizia che riguarda e interessa solo una parte del vecchio continente. Invitano ad “andare oltre” e lo sguardo richiesto esige un supplemento di responsabilità a chi intende comunicare l’Europa percorrendo la strada del realismo.È in gioco qualcosa in più rispetto a quanto, già importante, emerge dal dibattito politico e culturale in corso in diversi Paesi europei. A confermarlo sono i segnali che, ad esempio, vengono dall’Ucraina, dalla Serbia, dalla Grecia, dalla Turchia. Sono le domande che vengono dal resto del mondo, soprattutto da quello più ferito e umiliato.Sono interrogativi assolutamente diversi tra di loro e alcuni sono inquietanti ma tutti convergono al bivio, dove già da tempo sosta l’opinione pubblica Ue: si è alla fine o alla metamorfosi di un’esperienza che, unica al mondo, è alle prese più che mai con i suoi successi, le sue sconfitte, la sua forza e la sua fragilità?E allora il realismo è obbligatorio. Occorre partire da un’analisi rigorosa e senza sconti della crisi di identità dell’Europa e da qui far nascere un pensiero forte per il cambiamento culturale e politico. Occorre indicare una risposta creativa e concreta che può solo venire dalla capacità di coniugare la memoria con il progetto, il passato e il presente con il futuro. Occorrono più uomini e donne all’altezza della sfida e questo obiettivo non è affatto impossibile da raggiungere.Per un cristiano che vive in Europa, e anche per i media cristiani europei, si tratta di dire le ragioni di quella speranza che nella storia europea ha consentito di raggiungere mete ritenute impossibili dopo tante lacerazioni. Perché mai quella stessa speranza non dovrebbe consentire di raggiungere mete ritenute oggi impensabili nel cammino verso il futuro?Sta qui il realismo, che non è solo cristiano. Jacques Delors in un intervento rivolto qualche anno addietro alla Commissione degli episcopati della Comunità europea, affermava: “Oggi occorre sostituire la speranza al disincanto, la fiducia in se stessi al complesso di inferiorità, la volontà di costruire un mondo più vivibile alla rassegnazione”. È un messaggio che va anche ai media e più in generale alla informazione e alla comunicazione.Non è certo facile fare dell’Europa una buona notizia e di questa difficoltà sono ben comprensibili i motivi, alcuni dei quali del tutto fondati e condivisibili guardando alle derive tecnocratiche e nazionalistiche; guardando all’assenza di una pedagogia per l’Europa e alla “riduzione” di un progetto comune a una moneta unica.Ma la posta in gioco è troppo alta per fermarsi alla doverosa denuncia degli errori e delle fragilità. Occorre uno sforzo di creatività anche da parte degli uomini e delle donne della comunicazione. Un ulteriore indebolimento dell’Europa, se non il suo crollo, non sarebbe una buona notizia per alcuno e neppure sarebbe una buona risposta alla domanda di un futuro migliore che viene dai cittadini europei e dai cittadini del resto del mondo.Anche per i media c’è dunque una terza via. È quella del realismo che non appare subito chiara soprattutto rispetto alle strade del pessimismo e dello scetticismo le quali, insegna la storia, sono invece molto chiare nel portare all’indifferenza e al disimpegno. Cioè al nulla. È troppo pensare che comunicare l’Europa sia camminare sulla terza via, sulla strada che ha come pavimentazione “un’autentica cultura dell’incontro”? Non è forse incoraggiante, anche per chi intende comunicare l’Europa, l’invito di Papa Francesco a “capire la comunicazione in termini di prossimità”?