BULGARIA" "

Il Paese sta invecchiando” “

Meno figli, più emigrati: la popolazione decresce. L’iniziativa di una parrocchia

(Foto Siciliani - Cristian Gennari/SIR)

I bulgari diminuiscono, nascono pochi bambini, i giovani vanno all’estero o nelle grandi città e i piccoli centri si spopolano. Tendenze preoccupanti che emergono da un rapporto presentato dal Centro delle politiche demografiche. Oltre a creare disparità sociali nel futuro, tali dinamiche della popolazione mettono sin da ora in discussione l’intero sistema economico. Aumenta anche la presenza di alcune minoranze, come i rom, che con tanti figli costituiscono ormai il 10% della società bulgara. Il calo delle nascite. In soli dieci anni la popolazione bulgara è diminuita di 600mila persone. Nel 2001 gli abitanti del Paese balcanico erano quasi otto milioni, mentre secondo il censimento del 2011 si arrivava a 7 milioni e 364mila. “Questa tendenza è continuata anche per il 2013, quando i bulgari sono scesi sotto la soglia dei 7 milioni”, afferma a Sir Europa Petar Ivanov del Centro delle politiche demografiche. I fattori che hanno contribuito a questa situazione sono “numerosi e diversi”, secondo lo studioso: demografici, economici, sociali ma anche culturali. Il fattore primario senza dubbio è il calo delle nascite. “Mentre prima della caduta del comunismo in Bulgaria ogni anno nascevano circa 120mila bambini, nel 2013 ne sono nati solo 61mila”. Dopo il 2009, quando si registra un picco di 81mila bambini, la tendenza è sempre negativa con un calo del 13% ogni anno. “Il tasso di mortalità invece è molto alto rispetto agli altri Paesi europei – spiega Ivanov -: per il 2013 è il 15 per mille, pari a circa 120mila decessi”. Così il saldo naturale tra le nascite e i decessi è nettamente negativo, meno 5,5 per mille. Emigrazione e urbanesimo. L’altro fattore molto rilevante è l’emigrazione all’estero. Dalla caduta del comunismo, 700mila bulgari si sono trasferiti fuori dai confini nazionali. “Si tratta di persone giovani, in età di avere figli, spesso laureati; è una situazione quasi senza via d’uscita”, spiega Ivanov. All’emigrazione si aggiunge la migrazione interna verso dieci grandi città, con a capo la capitale. Dal 2001 al 2013, 400mila persone si sono trasferite nei centri principali. “Siamo testimoni dello spopolamento di provincie intere”, dichiara il parroco cattolico di Belene, una cittadina con 8.500 abitanti, padre Paolo Cortesi. “Ogni anno le scuole chiudono una classe e mentre nelle grandi città si nota di meno, qui la mancanza di giovani e bambini è evidente”. A suo avviso “le persone lasciano i propri paesi perché manca qualsiasi forma di lavoro organizzato. Poi ci sono anche fattori culturali: prima, avere un figlio era una ricchezza, adesso è sentito come un peso sul budget domestico. La cultura del consumismo tende a limitare le nascite”. Aumenta anche l’età in cui si decide di avere un bambino. “Molti giovani rimandano nel tempo – racconta Cortesi -, finché abbiano un buon lavoro o la casa sicura e il primo figlio arriva a 30-35 anni e magari rimane anche l’unico”. Ricadute sulla società. Queste dinamiche sociali, in corso in tutta l’Europa, in Bulgaria diventano pericolose e potrebbero avere un effetto negativo sull’economia e sulla società. Il professor Ivanov sottolinea anche le “disparità che si stanno creando all’interno della società, soprattutto per i rom che hanno almeno tre figli”. “Una grande parte vive di assegni sociali e la loro integrazione nella società è ancora all’inizio”, sostiene l’esperto. Che poi aggiunge: “Praticamente in questo momento lavorano due milioni e 200mila bulgari che contribuiscono per due milioni e mezzo di pensionati, un milione e mezzo di minorenni e il resto dei rom che non lavora”. Per questo padre Cortesi è convinto che “serve una nuova politica economica a livello generale e soprattutto locale, portando lavoro nei paesi, piccole e medie imprese e aziende agricole a livello familiare”. “La politica di concentrare tutti gli investimenti nelle grandi città e spartire il mercato tra le grandi aziende – sostiene il sacerdote – è mortale per i piccoli centri ma anche per le grandi metropoli come Sofia, che come città è allo stremo”. Belene: un segnale positivo. Intanto, interrogato da queste sfide che toccano anche la comunità parrocchiale, il consiglio pastorale di Belene ha deciso di aprire una piccola attività. “Abbiamo trovato un ristorante chiuso da qualche anno e abbiamo aperto un bar-pizzeria creando 12 posti di lavoro per altrettanti giovani”, racconta padre Cortesi. “A febbraio compiamo un anno e siamo molto contenti perché questi giovani sono rimasti qui e non sono andati via. Vogliamo fare qualcosa anche nel settore agricolo e magari aprire un panificio”. Il parroco di Belene spera che “la stessa attenzione per lo sviluppo locale ci sarà anche da parte delle autorità comunali e statali perché queste regioni possano tornare a vivere”.