EDITORIALE/1
Quando Papa Francesco è giunto a Strasburgo si è aperto un nuovo capitolo nell’impegno della Chiesa verso la società europea
Con la lettera enciclica “Pacem in terris”, pubblicata l’11 aprile 1963, Papa Giovanni XXIII ha operato una cesura con i documenti pontifici precedenti e, anziché rivolgersi al clero e ai fedeli della Chiesa cattolica, ha parlato direttamente a “tutti gli uomini e le donne di buona volontà”. La pace e la prevenzione della guerra erano, dopotutto, una preoccupazione di tutti. Con il nuovo spirito di coinvolgimento nel mondo indicato dalla costituzione pastorale del Vaticano II “Gaudium et spes”, anche i successori di Papa Giovanni hanno guardato oltre il parapetto del “popolo cattolico”, loro uditorio naturale, per parlare a un pubblico più vasto, in particolare quando affrontano questioni in ambito etico o sociale.
Nel corso del mezzo secolo successivo al Concilio, lettere encicliche, esortazioni apostoliche post-sinodali e motu proprio sono stati pubblicati dai quattro pontefici che hanno occupato la cattedra di Pietro, ma tutti sono stati scritti – a prescindere dalla potenziale ampiezza del bacino d’utenza previsto – dal Palazzo apostolico. Eppure, con la visita di Papa Paolo VI alle Nazioni Unite nel 1965, è stata istituita una nuova tradizione di impegno pubblico e di dialogo. Invece di scrivere dal suo “nido d’aquila” all’ultimo piano del Palazzo vaticano, il Vescovo di Roma è andato a incontrare un uditorio più ampio, cui ha parlato direttamente, di persona, sul suo stesso “territorio”. E questa è la tradizione a cui Papa Francesco ha dato continuità visitando il Parlamento europeo il 25 novembre scorso.
Quando Paolo VI si è rivolto alle Nazioni Unite nel settembre del 1965, anziché disporsi come avrebbero fatto certi monarchi medievali a declamare una legge anti-rivolta ai suoi subordinati, ha deliberatamente iniziato ad attingere all’esperienza della Chiesa in “umanità” e alla sua lunga storia di costruzione creativa della comunità e promozione di un progresso umano autentico. Il discorso di Papa Montini a New York sarà ricordato per il suo appassionato appello per la pace: “Jamais plus la guerre” (mai più la guerra). In effetti, è in primo luogo come araldi di pace che i suoi successori si sono avventurati nell’arena pubblica. Così l’Unione europea vista come un “progetto di pace” è una realtà politica particolarmente “attraente” per la Santa Sede.
Papa Giovanni Paolo II ha dal canto suo visitato la Commissione europea nel maggio 1985 e ha parlato all’assemblea plenaria del Parlamento europeo a Strasburgo nel 1988, e in entrambe le visite ha dato dimostrazione del riconoscimento pontificio di ciò che il progetto europeo rappresentava e del suo sostegno agli obiettivi politici generali della Comunità. Tuttavia, è stato nell’esortazione apostolica “Ecclesia in Europa” (2003) che il Pontefice polacco ha articolato la sua visione di un’Europa in contatto con le proprie radici cristiane e in cui la Chiesa ha un ruolo fondamentale da svolgere.
Anche Papa Benedetto XVI ha rilanciato la sfida di affrontare i parlamentari sul loro stesso terreno, quando ha parlato ai politici e ai leader della società civile del Regno Unito a Westminster Hall, il 17 settembre 2010 e, un anno dopo, il 22 settembre 2011, quando si è rivolto ai rappresentanti pubblici della sua nativa Germania nel Bundestag a Berlino. Era la voce del filosofo-papa, del sapiente ed esperto anziano uomo di Chiesa, che attingeva alla sua erudizione e al Vangelo cristiano, impostando un quadro entro il quale coloro che hanno il potere decisionale potessero affrontare le grandi questioni etiche e sociali dell’epoca.
Quando Papa Francesco è giunto a Strasburgo per rivolgersi al Parlamento europeo e al Consiglio d’Europa, si è aperto un nuovo capitolo nell’impegno della Chiesa nei confronti della società europea. Non ci può essere alcun dubbio che il Papa che ha innalzato due suoi predecessori, Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II, alla gloria degli altari e ha beatificato Paolo VI durante la Messa di chiusura del Sinodo straordinario, continuerà a promuovere la pace e a elargire saggi consigli sul modo migliore in cui una società che aspira ad essere aperta, umana e generosa verso i poveri e gli afflitti può raggiungere questo fine. Ci sono anche tutte le ragioni per credere che i discorsi di Strasburgo siano parte di un nuovo dialogo più ampio con il mondo.
(*) segretario generale Comece (Europeinfos)