EDITORIALE
La prima visita del commissario europeo Hahn in Montenegro ha confermato il lungo, ma strategico, processo di avvicinamento
È stata grande l’attesa, in Montenegro, per la prima visita – avvenuta il 21 novembre scorso – del commissario europeo per la politica di vicinato e negoziati per l’allargamento, Johannes Hahn, dopo che il presidente dell’Esecutivo, Jean-Claude Juncker, con la sua dichiarazione secondo cui nei prossimi cinque anni non è previsto nessun allargamento dell’Ue, aveva provocato un grande sconforto in tutti e sei i Paesi dei Balcani occidentali, sia in quelli già candidati che in quelli che ancora dovrebbero ottenere tale status (Serbia, Bosnia-Erzegovina, Albania, Montenegro, Macedonia, Kosovo).
In Montenegro – cioè nel Paese che nell’attuale processo di negoziazione è un passo più avanti degli altri – la delusione è stata particolarmente forte. Il commissario Hahn ha però sottolineato che il processo di allargamento non sarà arrestato e che la sua visita non è che una conferma della fiducia che l’Ue ripone in esso. Anche se in questo momento l’opinione pubblica di molti Stati membri, alle prese, in primo luogo, con i propri problemi economici, vede un ulteriore ampliamento dei confini comunitari in un’ottica non molto positiva, considerandolo più che un beneficio comune un vero e proprio onere.
D’altro canto, la parte montengrina ha voluto sottolineare che nella situazione di crisi economica che ha fortemente colpito molti Paesi membri dell’Unione altamente sviluppati, si dovrebbe prendere in seria considerazione il fatto che la debole tradizione democratica in questo Stato balcanico, come in tutti gli altri Paesi della regione, è il risultato per lo più della grave situazione economica. La quale oggi si rivela non tanto nella mancanza di risorse naturali bensì di risorse umane: prima di tutto come mancanza di una cultura imprenditoriale e di professionisti specializzati nel fare business in vari settori, dall’agricoltura al turismo alla tutela dell’ambiente, dai progetti infrastrutturali a quelli relativi alla produzione di energia elettrica, che siano cioè in grado di essere competitivi a livello europeo.
Si tratta di un’eredità comune a tutta la regione dei Balcani, dovuta sia alla plurisecolare arretratezza economica e sociale, sia agli effetti negativi dell’economia statale nei decenni del monopartitismo del secondo dopoguerra e alla fine del regresso nello sviluppo non solo economico ma anche sociale in seguito ai burrascosi anni Novanta del Novecento segnati dalle sanguinose guerre negli stessi Balcani.
È chiaro, dunque, che ciò di cui il Montenegro ha più bisogno in questo momento sono gli investimenti stranieri, l’apertura dei mercati e l’aiuto dei fondi di adesione all’Ue che, oltre alle risorse finanziarie, potrebbero portare anche un nuovo modello di management, ossia di tutto ciò che potrebbe garantire maggiormente il successo e la sostenibilità delle nuove imprese, nonchè nuove regole nell’ambiente lavorativo. Un successo che, accompagnato dai tanto attesi nuovi posti di lavoro a favore dei disoccupati, dei giovani e di coloro che sono rimasti senza impiego, sarebbe l’unico stimolo efficace per proseguire sulla strada delle riforme anche in altri settori, in primo luogo nel sistema giudiziario per la lotta alla criminalità organizzata e alla corruzione sempre più diffusa, mali tipici di tutti i Paesi balcanici.
Lo sviluppo dell’economia sembra essere la condizione senza la quale non c’è progresso sociale né evoluzione dello Stato di diritto. In caso contrario, in una situazione di ulteriore impoverimento, non solo la parte più debole e più povera della società montenegrina, ma anche i ceti medi, al momento pervasi da un certo euroentusiasmo, di fronte alla prospettiva di dover affrontare ulteriori sacrifici senza percepire alcun miglioramento del loro tenore di vita potrebbero perdere la fiducia nel processo di integrazione e cominciare a nutrire una sorta di euroscetticismo. Che peraltro non è assente dalla società montenegrina e in quelle vicine. E questa fiducia nell’Unione europea è indispensabile per poter portare a termine le riforme politiche, economiche e sociali previste dall’agenda di adesione.