EDITORIALE/2

Nel New Deal di Juncker” “più fiducia che denaro

Illustrato dal presidente della Commissione Ue il piano per 315 miliardi di investimenti. Si conta soprattutto sull'”effetto leva”

Spezzare il “circolo vizioso” tra “mancanza di fiducia e carenza di investimenti”. È il compito affidato al piano straordinario di investimenti con il quale la Commissione europea si propone di rimettere in sesto l’economia dei Ventotto, “malata” di pessimismo dopo sei anni di crisi e disoccupazione dilagante. “Investendo di più l’Europa potrà accrescere la sua prosperità e creare maggiori posti di lavoro”, ha proclamato Jean-Claude Juncker, presidente della Commissione, illustrando il piano il 26 novembre all’Europarlamento riunito a Strasburgo.
“Oggi l’Europa sta voltando pagina”, ha affermato, forse con tono eccessivamente solenne e ottimista, lo stesso Juncker. “Il piano da 315 miliardi di euro che presentiamo, in stretta collaborazione con la Banca europea per gli investimenti, rappresenta un modo nuovo e ambizioso di stimolare gli investimenti senza creare nuovo debito. È ora di investire nel futuro, in settori strategici per l’Europa, quali l’energia, i trasporti, la banda larga, l’istruzione, la ricerca e l’innovazione”.
Ma Juncker è anche un politico di lungo corso. Un liberista che crede al mercato pur conoscendone limiti e pericoli. Così mentre proclama che “l’Europa ha bisogno di un nuovo slancio e noi le forniamo gli strumenti”, è pronto ad ammettere: “È un piano che non va sottovalutato, ma neppure sopravvalutato”. Per funzionare “dev’essere affiancato dal consolidamento dei bilanci e dalle riforme strutturali a livello statale”, che latitano in numerosi Paesi membri dell’Unione.
Occorre quindi specificare che alla cifra di 315 miliardi si giunge considerando che per il nuovo piano di investimenti su base triennale la Bei mobiliterà 5 miliardi, altri 16 giungeranno dal bilancio comunitario. A questo proposito Jyrki Katainen, vice presidente dell’Esecutivo e potente commissario per l’occupazione e la crescita, spiega: “Il Fondo europeo per gli investimenti strategici fungerà da moltiplicatore. Ogni euro pubblico mobilitato genererà circa 15 euro di investimenti che altrimenti non sarebbero stati effettuati”. Tradotto: è un piano che scommette sull’effetto moltiplicatore, sperando che gli Stati facciano responsabilmente la loro parte, contando soprattutto sul fatto che i miliardi impiegati in questa direzione non saranno conteggiati nel calcolo dei parametri di Maastricht (rapporto deficit/Pil e debito/Pil). Al contempo si presume che la liquidità conservata nei forzieri delle banche e di non poche imprese venga reinserita nei circuiti produttivi, raggiungendo l'”economia reale”.
È ancora Juncker a specificare la notizia a lungo attesa da diversi governi: “I contributi degli Stati a questo piano saranno fuori dal deficit e dal debito”. Il presidente della Commissione puntualizza: “Il piano non va politicizzato”, non va legato o sottoposto “a giochi politici”. Il lussemburghese sa che i tavoli politici possono fare la differenza: nel bene e nel male…
Il finlandese Katainen, rigorista finalmente convertito alla necessità di stimolare la crescita, aggiunge: “Il piano non è una bacchetta magica e non risolverà da sé tutti i problemi” dell’economia europea. “Ma se esso funziona, farà la differenza. Occorre fare in modo che gli investimenti raggiungano” le imprese, i settori produttivi, le infrastrutture, mobilitando mercati e occupazione. Addirittura la Commissione si sbilancia e parla di “1,3 milioni di nuovi posti di lavoro”.
Il presidente della Banca europea per gli investimenti Werner Hoyer afferma dal canto suo: “In Europa abbiamo ampia liquidità ma non abbastanza investimenti. Ci troviamo di fronte a una crisi di fiducia: la sfida consiste quindi nel ricollegare gli investimenti privati a progetti attraenti”. E ricorda che occorrerà agire su molteplici strade: a partire dal rimuovere tutti gli ostacoli – legislativi, burocratici – che possono frapporsi sul cammino degli investimenti. Sarà ugualmente necessario utilizzare compiutamente, e in maniera efficace, i fondi strutturali già presenti nel Quadro finanziario Ue per i prossimi sette anni; avanti, inoltre, con riforme sapienti nel mercato del lavoro, nel settore finanziario, nei campi della ricerca e della formazione, delle infrastrutture e dell’energia. Non di meno bisognerà sopperire alle carenze di capitali delle piccole e medie imprese e alla capacità di innovare nei settori più esposti alla concorrenza internazionale.
Non da ultimo: i fondi saranno indirizzati ai progetti ritenuti più affidabili, capaci di generare un “valore aggiunto europeo”, di mostrare un elevato rendimento socioeconomico, e che siano avviabili nell’arco di tre anni. Il “piano Juncker” ora c’è. Da Parlamento e Consiglio europeo si attende al più presto il via libera politico. Poi si passerà alla fase attuativa. Ma, meglio esserne consapevoli, per vedere gli effetti positivi servirà ancora tanta pazienza.