EDITORIALE
Giovanni Paolo II pronunciò uno storico – e attualissimo – discorso all’Europarlamento nel 1988. Si avvicina la visita di Francesco
“Come potrebbe la Chiesa disinteressarsi della costruzione dell’Europa, lei che è radicata da secoli nei popoli che la compongono e che ha condotto un giorno al fonte battesimale popoli per i quali la fede cristiana è e rimane uno degli elementi della loro identità culturale?”. Era l’11 ottobre 1988. A distanza di ventisei anni dalla visita di Giovanni Paolo II al Parlamento europeo nella sede di Strasburgo vale la pena rileggere le sue parole pensando all’imminente incontro di Papa Francesco con l’Assemblea Ue e con quella del Consiglio d’Europa. Accadrà il 25 novembre, in una città che è simbolo di un sogno e di un impegno per la pace, la giustizia e la solidarietà.
Molti volti e molti scenari sono cambiati da allora, ma ci sono parole che, attraversati senza consumarsi il tempo e lo spazio, rimangono una chiave di lettura del presente e del futuro.
Così le parole di Giovanni Paolo II: “La vostra Europa sarà quella della libera associazione di tutti i popoli e della messa in comune delle molteplici ricchezze della sua diversità”. Sono parole che vengono dal cuore della fede cristiana e per questa loro origine si spingono sul terreno della vita e del pensiero dei popoli europei. L’esortazione apostolica post sinodale “Ecclesia in Europa” del 28 giugno 2003 si pone, in particolare, in questa prospettiva.
Cosa attendersi da Francesco che tra pochi giorni prenderà la parola a Strasburgo? Cosa dirà all’Europa un Papa che viene da una terra che è dall’altra parte del mondo? Avremo la risposta il 25 novembre, ma già dopo l’Angelus del 9 novembre, ricordando la caduta Muro di Berlino, “simbolo della divisione ideologica dell’Europa”, il Pontefice ha mandato un segnale: “Servono ponti, non muri!”.
Alla vigilia dell’incontro di Bergoglio con gli organismi europei, il “pensiero europeo” Wojtyla può arricchire l’attesa anche quando diventa monito come è il passaggio del discorso dell’11 ottobre 1988: “Nessuno può immaginare che un’Europa unita possa rinchiudersi nel suo egoismo”. Cosi sicuro di se stesso l’uomo europeo non ha tenuto conto del rischio che il Papa polacco indicava con queste parole: “Laddove l’uomo non si appoggia più su una grandezza che lo trascende, rischia di abbandonarsi al potere senza freno dell’arbitrio e degli pseudo-assolutismi che lo annientano”. L’ammonimento non riduceva affatto la fiducia di Papa Wojtyla nell’Europa, anzi ribadiva l’invito ai cristiani a mettere a disposizione nelle istituzioni europee le loro sensibilità e le loro competenze per il rafforzamento e l’ampliamento di una casa comune con le porte aperte al mondo.
La vocazione mondiale dell’Europa è in questo passaggio del discorso del 1988: “Altri continenti conoscono oggi una simbiosi più o meno profonda tra la fede cristiana e la cultura, che è piena di promesse. Ma dopo circa due millenni, l’Europa offre un esempio molto significativo della fecondità culturale del cristianesimo che, per sua natura, non può essere relegato alla sfera privata. Il cristianesimo, infatti, ha vocazione di professione pubblica e di presenza attiva in tutti gli ambiti della vita”.
Vale ancora questo esempio? Ecco, questo è un punto sul quale c’è da attendersi da papa Francesco un prolungamento della riflessione, c’è da aspettarsi un messaggio all’Europa con il calore e la speranza che vengono “dall’altra parte del mondo”. Certamente verranno parole che torneranno a interrogare e scuotere un’Europa che ai più appare stanca, invecchiata, rassegnata.
Nell’attesa del 25 novembre è bello ricordare i tre campi nei quali Papa Giovanni Paolo II ventisei anni addietro invitava l’Europa a “riprendere un ruolo di faro nella civilizzazione mondiale”. Sono del tutto attuali: “riconciliare l’uomo con la creazione”, “riconciliare l’uomo con i suoi simili”, “riconciliare l’uomo con se stesso”.
Compiti che spettano a tutti i cittadini europei e in particolare alle istituzioni europee per le quali Giovanni Paolo II auspicava, anzi chiedeva, cristiani onesti e competenti. Una domanda , questa, che dovrebbe incoraggiare pensieri e impegni per tenere acceso un faro di umanità: l’Europa dentro e fuori le proprie frontiere.