EDITORIALE

Resistenza e martirio” “nella Germania di Hitler

Dopo il fallito attentato al fürher, 70 anni fa, divenne più feroce la repressione degli oppositori interni

Venivano uccisi, ma non se ne doveva pubblicizzare la morte: proibiti gli annunci funebri e i necrologi sui giornali, i funerali sostituiti da cremazioni furtive e dispersione delle ceneri o da inumazioni in fosse comuni. Soltanto di alcuni, per “dare l’esempio”, si annunciava l’esecuzione con frasi di esecrazione per l’alto tradimento. Così erano caduti a migliaia i tedeschi antinazisti durante la tirannia di Adolf Hitler, cui se ne aggiunsero altri cinquemila, sacrificati alla vendetta del führer nell’autunno-inverno di settant’anni fa dopo il fallito attentato del 20 luglio 1944.
Nella tenaglia di un regime dalle molteplici onnipresenti polizie, con nove milioni di iscritti al partito, gran parte dei quali disponibili alla delazione, è quasi incredibile che, in un tempo di spietata dittatura, si siano manifestate in Germania forme di opposizione, ancorate a solide basi morali. Perché la Resistenza in Germania ha avuto connotazioni diverse dalle altre ventisette che si sono sviluppate nei Paesi occupati dalla Wehrmacht, dove svolgeva un ruolo importante l’avversione all’invasore. Non c’era, nel Terzo Reich, un popolo in ribellione sul quale contare; soltanto la coscienza era il supremo sostegno della rivolta. Per questo è necessario prestare attenzione alle forme in cui si è manifestata la Widerstand, mentre occorre riservare rispetto per i suoi protagonisti.
Gli oppositori raramente avevano notizia gli uni degli altri al di fuori dei piccoli gruppi di appartenenza, gettando, nonostante ciò, nel massimo allarme le strutture di controllo del potere: con una capacità di inventiva che sfuggiva agli organi di polizia sempre all’inseguimento del “diversamente pensante”. Che talvolta riuscivano ad acciuffare (si pensi al martirio dei giovani studenti universitari cristiani della Weisse Rose, di Monaco di Baviera), ma altre volte no. Una resistenza che si mimetizzava nelle pieghe della società, con iniziative individuali capaci di mandare in crisi l’automatismo dell’organizzazione repressiva.
Si scoprì, per esempio, alla fine della guerra che a Berlino erano stati salvati migliaia e migliaia di ebrei, a partire dal 1938. Don Bernhard Lichtenberg (oggi beato), organizzatore di una struttura di protezione, morì mentre era in viaggio per Dachau; Maria Terwiel, giovane cattolica impegnata nel salvataggio dei perseguitati, finì impiccata; l’evangelico credente Helmuth James von Moltke che, con altri, pensava alla Germania del poi, fu processato e assassinato e le sue ceneri disperse al vento. Loro, e molti altri (fra essi una dozzina di “santi dei Lager”), appartengono alla schiera dei martiri che, in tutta Europa, in nome dei valori non rinunciarono a combattere la menzogna nazista.
Soli, ripetiamo. Nell’autunno del ’44, la tragica serie di impiccati, fucilati, decapitati dopo l’attentato a Hitler non trovò presso le democrazie in guerra (purtroppo con scarsa autocritica, anche postuma) la comprensione da attribuire a quei testimoni. Avviene così che oggi gli stessi studiosi tedeschi rivisitino con spirito critico le vicende del loro Paese, ne valutino l’ampiezza delle colpe e attribuiscano a minoranze coraggiose i meriti che vanno loro riconosciuti. Si tratta di valorizzare la memoria di tali minoranze che con coraggio hanno salvato l’onore del loro Paese e della loro cultura, subendo persecuzioni o, costrette al silenzio, non cedendo all’opportunismo della massa. La “lista” di Schindler, che sottrasse un gruppo di ebrei a morte sicura e al quale ha dato giusta notorietà il film di Steven Spielberg, non è la sola perché analoghe iniziative (per citare soltanto le più note) furono prese, a rischio della vita, in Polonia da Berthold Beitz, in Ucraina da Friedrich Grabe, e ancora altrove. Soltanto molto più tardi sono emersi quegli episodi, i cui protagonisti non ne hanno menato vanto: Beitz affermò che il suo comportamento gli era stato dettato dalla coscienza cristiana e che, se non lo avesse fatto, se ne sarebbe vergognato per sempre.
Non a caso dei “giusti fra le nazioni” che gli israeliti onorano per aver messo in gioco la vita nell’aiuto ai perseguitati, i 510 tedeschi occupano l’undicesimo posto in un elenco di 49 nazionalità.
Senza contare i renitenti alla leva, ammazzati perché traditori, mentre praticavano semplicemente il comandamento biblico di “non uccidere”, come il contadino cattolico austriaco Franz Jägerstätter, che la Chiesa ha fatto beato. Solamente pochi anni fa gli obiettori di coscienza – come lo stesso Jägerstätter – sono stati riabilitati dal Parlamento tedesco, insieme con luminose figure di eroi cristiani come, per esempio, Dietrich Bonhoeffer, del quale per anni i tribunali avevano ribadito la legalità della sentenza di condanna al patibolo.
Ma la storia, sia pure lentamente, recupera le sue verità e quelle presenze, anche se in minoranza, furono una carta per il futuro dell’Europa e speranza di una nuova Germania.