BOSNIA ERZEGOVINA
Le elezioni del 12 ottobre non risolvono i problemi del Paese. Topic: “Meglio uno Stato riorganizzato in cantoni, come la Svizzera”
Le elezioni politiche in Bosnia Erzegovina, che si sono svolte lo scorso 12 ottobre, sulla base di dati preliminari, e in attesa di un risultato definitivo, danno già indicazioni piuttosto precise sull’andamento del voto nazionale. Emerge, oltre a un preoccupante astensionismo (calcolato intorno al 46%, che conferma un’importante disaffezione alla politica dei cittadini, compresa la generazione dei giovani che si è recata alle urne per la prima volta dopo il conflitto), anche la riaffermazione dei candidati esponenti dei partiti nazionalisti. Relativamente all’elezione dei candidati della presidenza tripartita i dati più significativi sono quelli legati alla rielezione del presidente uscente Bakir Izetbegovic (figlio di Alija Izetbegovic, primo presidente della Bosnia) del partito nazionalista Sda (Partito dell’azione democratica) per quanto riguarda il seggio musulmano, e Dragan Covic, leader dell’Hdz (Unione democratica croata di Bosnia Erzegovina), il partito nazionalista filo croato, per il seggio dedicato ai croati. Il primo ha avuto la meglio su dieci candidati tra cui il magnate dell’informazione Fahrudin Radoncic (staccato di quasi quarantamila voti) ed Emir Suljagic. Quest’ultimo si presentava per il Fronte democratico, forza trasversale e piuttosto innovativa nel panorama elettorale bosniaco ma che non ha fatto breccia nella popolazione. Giocata sul filo di lana l’assegnazione del seggio serbo alla presidenza tripartita, tra la candidata del confermatissimo presidente della Repubblica serba di Bosnia Milorad Dodik, Zeljka Cvijanovic (Snsd), e Mladen Ivanic, candidato per l’Alleanza per il cambiamento (Pdp), che – al momento di chiudere questo numero di Sir Europa – sembra avere la meglio per un migliaio di voti sull’avversaria. Uno scenario che appare piuttosto deludente anche in considerazione di “un sistema politico – come spiega Franjo Topic, docente universitario e presidente dell’associazione croato cattolica sarajevese Napredak – pensato, dopo gli accordi di Dayton, su base etnica, e che non agevola il processo democratico della Bosnia Erzegovina”. Al sacerdote, che ha svolto negli ultimi 25 anni un importante lavoro culturale all’interno del mondo cattolico balcanico ed è una delle voci più autorevoli della cultura religiosa cristiana in Bosnia, Michela Mosconi per il Sir ha chiesto un parere sui risultati elettorali.
Monsignor Topic, che indicazioni sono emerse da questi primi risultati elettorali?
“Di fatto la situazione ricalca quella del ’90, la matrice è la stessa di allora. I più grandi partiti nazionalisti come l’Sda o l’Hdz si sono imposti sulle altre formazioni. Le speranze di cambiamento sono poche. Un cambiamento con queste due entità non può esistere. La Federazione croato-musulmana e la Repubblica serba di Bosnia (Rs) sono di fatto due Stati indipendenti. Ciascuna entità funziona per se stessa. Situazione complicata dal fatto che la parte serba è stata pulita ‘etnicamente’. Anche la Federazione è difficile da far funzionare, esiste un grande sbilanciamento tra la maggioranza musulmana e la minoranza croata. Dovrebbe cambiare la Costituzione, questo è fondamentale”.
Alla luce di questi risultati che futuro prospetta per la Bosnia Erzegovina?
“Una situazione di stallo. Così come è emerso dai primi risultati, non ci sono possibilità di cambiamento. Il tutto è aggravato dal fatto che l’attuale presidente rieletto della Rs, Milorad Dodik, parla da anni di secessione. La minaccia secessionista serba è reale, Dodik continuerà su questa linea. Lo stesso partito nazionalista dell’Hdz sembra sostenere una terza entità, per la parte croata. Questo non potrà funzionare”.
Quali speranze restano per il Paese?
“Secondo me, con lo stato attuale del Paese formato da due entità, non è possibile creare uno Stato stabile. La Bosnia Erzegovina pensata dagli accordi di Dayton non solo non è funzionale ma comporta anche numerosi costi. Abbiamo molti ministri, troppi per un piccolo Paese come il nostro. Ampia parte del Pil nazionale viene destinato a spese relative all’amministrazione pubblica”.
Come e cosa cambiare allora?
“Credo sarebbe più funzionale un Paese riorganizzato in cantoni o province, sul modello svizzero tanto per fare un esempio. Con uno Stato più forte a livello centrale che garantisca diritti personali, individuali e collettivi”. Inoltre ognuno deve prendersi le proprie responsabilità. In primis i cittadini bosniaci con il voto che è uno dei diritti più importanti. Senza il supporto della comunità internazionale, però, non si potrà mai realizzare una vera ricostruzione nazionale”.