EDITORIALE

Francesco, tre consegne” “al popolo albanese

Martirio, fraternità e speranza: un “trittico” che Bergoglio ha lasciato a Tirana per guardare al futuro con slancio rinnovato

Il 21 settembre 2014 sarà ricordata come una giornata storica per l’Albania. A poco più di dieci giorni di distanza ripercorro con la memoria le varie immagini di una domenica indimenticabile, fino al sospiro di sollievo tirato mentre l’aereo papale atterra a Ciampino.
Un sospiro motivato da due fatti. In primo luogo, perché nei giorni precedenti i mass media avevano “gonfiato” al massimo le notizie di possibili pericoli che potevano minacciare la visita del Papa in Albania, a causa del terrorismo internazionale e delle vicende dello Stato islamico autoproclamato in Medio Oriente. In secondo luogo, perché si era appena compiuto un miracolo: una giornata voluta da Dio. Per chi, come me, ha avuto le mani in pasta per l’organizzazione dell’evento, era evidente e chiaro che eravamo davanti a un miracolo. Una giornata così non poteva essere desiderata neanche dall’immaginazione più creativa. Tutto è filato liscio, sin dal primo minuto.
C’è un “trittico” che questo viaggio del Papa ha lasciato in Albania: sono tre opere d’arte legate tra loro. Pur essendo distinte, si piegano e si aprono una sopra l’altra per creare un tutt’uno.
La prima opera è il martirio. Dal primo momento dell’annuncio del viaggio, il Santo Padre ha parlato di sofferenza di un popolo per le conseguenze delle ideologie del passato (Angelus, 15 giugno 2014). Bergoglio veniva a rendere omaggio a questo martirio. Lo ha ripetuto più volte, durante la Messa, ricordando il muro del cimitero di Scutari. Lo si è visto plasticamente con il crocifisso, sul palco della celebrazione eucaristica, preso dalla concattedrale di Durazzo, dove sono le spoglie mortali di mons. Vincenc Prennushi, a capo della lista dei martiri albanesi. Ma, in modo particolare, lo si è vissuto, durante i Vespri nella cattedrale di Tirana, dove il Papa ha toccato con mano il martirio. Nell’abbraccio di Francesco con don Ernest Troshani e suor Maria Kaleta, sopravvissuti alla persecuzione del regime, c’è stato un momento di grande commozione. Sembrava quasi che il Santo Padre abbracciasse tutti i martiri che hanno dato la vita per Cristo, in “odium fidei”.
La seconda opera è la fraternità. Sulla via di ritorno, il Papa rispondendo ai giornalisti albanesi presenti sul volo papale – precisamente a Mira Tuci, che per una felice coincidenza viene dallo stesso paese e ha lo stesso cognome dell’unica donna tra i quaranta martiri venerati in Albania, Marie Tuci – scarta la parola “tolleranza” e la sostituisce con la parola “fraternità”. Non è un dettaglio per gli albanesi: nei momenti più difficili della nostra storia, noi siamo riusciti a essere fratelli. La fraternità per descrivere la coesistenza pacifica tra diverse religioni rimanda a quell’originale fraternità, corrotta dalla gelosia e dal peccato di Caino e Abele, ma ripristinata dalla Croce di Cristo. La fraternità diventa anche fondamento per la pace, come Papa Francesco ha sottolineato nel messaggio per la Giornata della pace di quest’anno.
E veniamo alla terza opera: la speranza. Se la speranza era lo slogan scelto dai vescovi per descrivere le attese del viaggio – “Insieme con Dio, verso la speranza che non delude” -, ora rappresenta l’apertura al futuro. In passato il Papa aveva ripetuto rivolgendosi, in modo particolare, ai giovani: “Non lasciatevi rubare la speranza!”. Sono due i momenti che devono far riflettere la Chiesa e l’intera società albanese: l’immagine dell’aquila che non dimentica il nido ma ha il coraggio di volare alto, verso il cielo, che rappresenta l’infinito, il mistero, il Regno futuro. E poi, in secondo luogo, i giovani. L’appello rivolto ai giovani mi ha fatto sentire bene in quanto nell’organizzazione si era fatta una scelta precisa: collaboratori giovani. Il mio staff per i mass media era composto da giovani al di sotto dei 30 anni. Rivolgendosi a loro il Papa ha aperto alla speranza, al futuro. Ai giovani bisogna dare fiducia, perché possono fare miracoli.
Su questi tre quadri, quasi tre consegne, confido tanto per il futuro e sono convinto che non cadranno nel vuoto ma saranno al centro della Chiesa e della società in Albania. (*) responsabile della comunicazione per la visita del Papa in Albania