POLONIA

Gli “orfani” delle migrazioni

Decine di migliaia di ragazzi vivono il distacco dai genitori, all’estero per lavoro. Con pesanti ricadute

Quando i genitori vanno all’estero per lavorare non sempre hanno la possibilità di portare con loro i  figli. Gli oltre 2 milioni (forse anche 3…) di polacchi che lavorano negli altri Paesi dell’Unione europea hanno trasferito alle loro famiglie rimaste a casa almeno 35 miliardi di euro di “rimesse”, ma questo ha fatto nascere, nei 10 anni dall’adesione della Polonia all’Ue un preoccupante fenomeno: migliaia e migliaia di minori lasciati senza assistenza genitoriale se la devono cavare da soli o con un piccolo aiuto da parte dei nonni, di altri parenti, dei vicini di casa. Gli psicologi che si occupano dei problemi dell’età evolutiva segnalano un crescente numero di disfunzioni legate all’indebolimento dei legami famigliari e sociali e un deterioramento delle funzioni educative della famiglia. Si tratta di un’emergenza condivisa con diversi altri Paesi dell’Europa centro-orientale in cui i flussi migratori verso l’estero si sono andati accentuando: basti pensare a Romania e Bulgaria.

Numeri impressionanti. Il problema di minori lasciati a crescere da soli, che ovviamente dipende dalla situazione del mercato di lavoro in varie regioni della Polonia, con il passar degli anni diventa sempre più grave. La Fondazione “Prawo Europejskie” (Diritto europeo) valuta che in Polonia ci sono almeno 110mila famiglie nelle quali i figli sono stati separati dai genitori partiti per lavorare all’estero. È in corso da parte del ministero dell’educazione un nuovo censimento fra studenti relativo alla composizione dei loro nuclei familiari, ma i risultati si fanno ancora attendere. La precedente rilevazione, effettuata nel 2008, portò alla conclusione che un minore su quattro in età scolare viveva senza almeno un genitore, in quanto residente stabilmente all’estero per lavoro. Nel 46% di casi il bambino veniva affidato ai nonni, nel 29% al genitore rimasto in Polonia, nel 7% di casi il bambino era tutelato da lontani parenti o da fratelli più grandi. Si rilevava addirittura un 2% di casi in cui due minori, senza aiuto di adulti, si prendevano cura l’uno dell’altro.

Di fronte all’adolescenza… “Finché il bambino ha 6-8 anni, ed è affidato a delle cure amorevoli durante l’assenza dei genitori, si può sperare che la loro assenza non provochi grossi danni”, spiega Joanna Jasak del Centro nazionale per l’educazione. “Spesso il bambino ha dei legami affettivi forti con i nonni e lasciato alla loro tutela per un certo tempo non riporta gravi danni” comportamentali, affettivi o psicologici, aggiunge Jasak. “Ma il problema si complica quando i bambini diventano adolescenti e i nonni non hanno abbastanza energie per domare la loro rivolta adolescenziale”. “Succede quindi che i quindicenni vivono da soli, ma spesso non sono capaci di prendersi cura di se stessi e della casa” e ad esempio “non si ricordano di pagare le bollette anche quando hanno abbastanza soldi mandati loro dai genitori all’estero”, osserva Joanna Jasak.

Le porte del carcere. “Visto che l’emigrazione per lavoro iniziò con una prima apertura dei Paesi Ue, nel 1997, i minori sottoposti al censimento del 2008 oggi sono diventati adolescenti o giovani-adulti e i loro problemi che non sono stati risolti nel passato spesso si aggravano”, dice Simona Wojtowicz, direttrice della casa di detenzione per minori a Nisko. Preoccupata di non generalizzare problemi non ancora espressi in cifre, la direttrice analizza dei casi concreti e racconta di una minorenne condannata per l’uccisione di un amico di suo padre che, ubriaco, aveva cercato di violentarla, mentre la madre era all’estero per lavoro. “È difficile non accorgersi del legame tra la situazione di molti giovani detenuti e la loro vita in famiglia”, dice rattristata. D’altro canto solo l’anno scorso quasi 1.200 minori i cui genitori si trovano all’estero a causa di violazioni di legge di vario tipo (furti, scassi, possesso di sostanze stupefacenti) sono finiti nelle carceri minorili.

La voce dei genitori. La situazione in Polonia non è nemmeno la peggiore. Come informa il sito tedesco della “Deutsche Welle”, negli ultimi anni in Moldova la metà di minori viveva temporaneamente con un solo genitore. In Ucraina negli ultimi dieci anni 9 milioni di minori hanno vissuto almeno per un periodo da “orfani”. Secondo i dati di varie ong, almeno mezzo milione di bambini rumeni, bulgari, moldavi e polacchi sono attualmente senza mamma e papà. Gli stessi genitori però si oppongono quando si imputa loro di aver abbandonato la famiglia. “Preferisco partire e inviare a casa dei soldi per i figli che vederli morire di fame”, è l’obiezione sollevata, ricordando che nell’epoca dei voli low cost e di skype, le distanze si mitigano e “i figli non sentono poi così tanto la nostra assenza”. “Lo Stato potrebbe fare molto per cambiare la situazione”, sostiene Sonia Grodek, polacca che lavora a Londra. Di certo lo sviluppo economico del proprio Paese, con la disponibilità di posti di lavoro, rimane la risposta più efficace al problema degli “orfani delle migrazioni”.