BOSNIA-ERZEGOVINA

Stop alle mine, per ripartire

La guerra ha lasciato sul territorio migliaia di ordigni che minacciano la vita delle persone e bloccano lo sviluppo. Sminatori all’opera

Paura. Questo il sentimento che continua ad aleggiare in Bosnia-Erzegovina. E non è bastata la fine della guerra civile negli anni Novanta ad alleviare l’animo popolare, perché qui la guerra non sembra ancora finita, e appare radicata nei pensieri, nella vita quotidiana… Persino nelle terre. Sì, perché se nel mondo sono 59 i Paesi in cui esistono pericoli legati alla presenza di mine anti-persona sul territorio, la Bosnia è il Paese più pericoloso d’Europa in questo senso. Tale presenza “incombe nella vita dei bosniaci e ne blocca lo sviluppo”, come spiega Radosav Živkovi, che all’opera di sminamento ha iniziato a dedicarsi dopo essere stato lui stesso vittima di un incidente. Da qui la voglia di fondare una società no-profit, la “Stop Mines”, che da sedici anni è impegnata nell’attività di eliminazione delle mine.

Mettere al sicuro i territori. Morire per una mina antiuomo oggi in Bosnia non solo è ancora possibile, ma è realtà. “Sono 8mila le vittime fin qui registrate”, spiega Živkovi. “In questo momento 40 persone – continua l’esperto – sono impegnate nei progetti portati avanti da Stop Mines”, ma sono circa 2mila i bosniaci che scelgono questa attività, tutti regolarmente registrati e con tanto di patentino. Molti di loro sono giovani, pronti a rischiare la vita pur di poter percepire alla fine del mese 700 euro, uno stipendio che è il doppio della media nazionale. Grazie ad essi “molto è stato fatto”. “Oltre 20mila ettari sono stati ripuliti finora nella regione del Sud-Est Europa e più di 700 sono state le persone rimaste ferite dalle mine che siamo riuscite ad aiutare”, racconta Živkovi. “Numerose però restano le sfide che dobbiamo affrontare ogni giorno e, prima di tutto, continuare a finanziare le operazioni di sminamento”. “La comunità internazionale è stata enormemente presente nel nostro Paese in questi anni, ma la crisi finanziaria globale ha avuto ripercussioni anche su questo tipo di finanziamenti”, rileva il fondatore di “Stop Mines”.

Una società bloccata. Se la crisi ha portato a conseguenze di carattere globale, qui in Bosnia-Erzegovina la presenza delle mine ne ha peggiorata la situazione. “Finché, infatti, questi ordigni bellici saranno presenti sul territorio, il pericolo non è solo fisico, ma ci sarà sempre un ostacolo forte per lo sviluppo economico e sociale”, rileva Živkovi. “Le mine – continua – bloccano infatti l’accesso alle risorse, tra cui la terra, l’acqua, e impediscono lo sviluppo del settore agricolo, bloccando, infine, la costruzione e ricostruzione delle infrastrutture”, fra cui le strade. Rappresentano anche “un ostacolo alla ripresa del commercio e degli investimenti e provocano una paura diffusa che limita la libertà di movimento”. Un altro constante pericolo che minaccia questi territori sono le alluvioni, come quella che ha colpito lo scorso anno la zona di Doboj, Maglaj, Olovo, il cantone Una-Sana e la Posavina bosniaca. Alluvioni e smottamenti possono, infatti, aumentare sensibilmente l’esposizione dei cittadini ai campi minati perché l’acqua rimuove la segnaletica relativa alle zone a rischio e, in altri casi trasporta gli ordigni in nuove aree. “Questa situazione richiede un intervento ancora più impegnativo sia in termini di attività di sminamento che di sostegno finanziario”, fa presente il fondatore di “Stop Mines”.

L’importanza dei donatori. Di fronte a questa emergenza “il governo bosniaco dovrebbe essere il responsabile della definizione della strategia per lo sminamento e il principale finanziatore”, sottolinea Živkovi. Tuttavia, fino ad ora, a causa della mancanza di risorse economiche non è stato in grado di adempiere a tale obbligo. Le operazioni che dovevano essere terminate nel 2009, secondo i dati, non riusciranno per esempio a concludersi nemmeno nel 2019 e senza il sostegno dei donatori l’attività sarebbe stata ancora più lenta. All’Ue, insieme con gli Stati Uniti, si devono le attuazioni delle principali operazioni. “Dal 2005, la nostra organizzazione ha implementato quattro progetti di sminamento grazie al supporto dell’Ue per un valore complessivo di 6,5 milioni di euro e – conclude Živkovi – grazie a quest’attività abbiamo ripulito 8 milioni di metri quadrati di area a rischio e aiutato la popolazione locale a rialzarsi da questa drammatica situazione”.