PARLAMENTO UE

C’è spazio per la religione?

Il neonato intergruppo per la libertà di fede ha presentato un’indagine sul rapporto tra eurodeputati e “sfera religiosa”. Non mancano le sorprese

“Al Parlamento europeo la religione non è né una matrice che definisce le preferenze individuali o collettive, né una base sufficiente per mobilitare. Rimane una significativa risorsa simbolica di distinzione per costruire un profilo politico e pubblico e per differenziarsi nella competizione”: questo in estrema sintesi il risultato di un’indagine coordinata da François Foret, direttore di ricerche politiche all’Istituto di Studi europei (Bruxelles) e recentemente presentata durante una riunione del neo-costituito inter-gruppo del Parlamento europeo su libertà di religione o credenza e tolleranza religiosa. Lo scopo di questo progetto di ricerca era di indagare ad ampio raggio “le credenze dei membri del Parlamento europeo” e quali conseguenze il credo dei singoli parlamentari abbia sulle loro azioni, ma anche quale sia “l’impatto della religione sulla socializzazione politica”, il modo di affrontare temi che hanno una “portata religiosa” e anche per quali “strategie” la religione venga eventualmente utilizzata. Va notato che lo studio si riferisce alla configurazione del Parlamento nella legislatura passata (2009-2014) e che si basa sulle risposte che 167 membri del parlamento su 736 (cioè il 22,7%) hanno accettato di fornire alle 23 domande del questionario distribuito in 9 lingue.

Un “fattore sociale”? Chiamati a valutare l’influenza della religione sul funzionamento del Parlamento, il 63,2% dei rispondenti afferma che la religione ha un peso, e a dirlo sono soprattutto i deputati che si definiscono non religiosi o atei. “Questo suggerisce che la religione è più visibile a coloro che ne sono estranei o ostili, mentre i credenti ritengono che il suo ruolo al Parlamento sia insufficiente in relazione al ruolo che essa svolge nella loro vita individuale”, spiega Foret, specificando che i protestanti (soprattutto fra i deputati tedeschi e inglesi) “risentono un’influenza cattolica nel processo decisionale europeo, mentre gli ortodossi (soprattutto rumeni) pensano che la religione sia troppo sfuggente e si rammaricano che non se ne tenga conto a sufficienza”. E tuttavia la maggioranza dei parlamentari europei (66,7%) dice che raramente (47,1%) o mai (19,6%) prende in considerazione la religione, mentre solo un terzo dei deputati lo fa spesso o sempre. Una delle spiegazioni possibili per questo paradosso secondo Foret sarebbe nel fatto che la religione viene trattata come un “fattore sociale”, indipendente dalle preferenze o dal coinvolgimento personale.

Cultura e tradizione cristiana. Altro paradosso si rintraccia in riferimento al tema della cultura europea e il legame con la tradizione cristiana: circa la mancata menzione delle radici cristiane dell’Europa nel Trattato di Lisbona, il rapporto tra delusi e soddisfatti si aggira intorno al 50% con uno 0,3% in più di “soddisfatti”. Sono però il 77% i parlamentari europei intervistati che riconoscono come il fattore religioso e culturale abbia segnato il modo in cui è stata fino a qui trattata la questione dell’ingresso della Turchia nell’Ue. La religione pesa comunque in modo diverso a seconda degli ambiti politici: in cima alla lista sono i settori legati ai diritti fondamentali, le politiche sociali, cultura, educazione; in ultima posizione sono le relazioni internazionali. In tutti i contesti, segnala Foret, la religione può diventare “un modo per suscitare interesse e polarizzare gli attori politici e i media” pur senza influenzare le decisioni politiche.

“Lobby” religiose e parlamentari. Il 21% dei parlamentari si sono dichiarati “regolarmente in contatto con attori religiosi, una volta al mese o più”, mentre il 15,8% non ha alcun contatto. “Interlocutori più assidui” sono coloro che sono più convinti dell’influenza della religione sul Parlamento e coloro che si dichiarano credenti. Ma “non ci sono prove che entrare in contatto con lobby religiose porti al cambiamento di opinione in un determinato europarlamentare”. I meno preoccupati (e più abituati) a incontrare portatori d’interessi specifici, quindi anche le “lobby” religiose, sono i britannici; i più contrari a qualsiasi lobby e tanto più a quelle di ispirazione religiosa sono ovviamente i francesi. Nel mondo “eterogeneo, plurale e atomizzato” delle Ong con una dimensione religiosa, la Comece, Commissione degli episcopati della Comunità europea “è l’organizzazione dedicata interamente al lavoro di lobby religioso più frequentemente citata” (22,2%), seguita  dalla Conferenza delle Chiese europee (8,1%). Nel panorama si perde il mondo protestante, con una “flottiglia di piccole entità” che “rispecchiano la natura de-istituzionalizzata di questa denominazione”. Visibili sono le organizzazioni ebraiche, con profilo pubblico basso, ma “efficienti nelle loro strategie”. Ortodossi e musulmani “sono quasi invisibili, in contrasto con il loro peso demografico nella popolazione europea”. Risultano molto visibili poi organizzazioni “con interessi specifici che lavorano nel nome di valori spirituali”: prima fra tutte la Caritas.

Credo, non pratico… L’ultima parte dell’indagine riguarda le convinzione, pratiche e atteggiamenti religiosi dei parlamentari: il 72% dei rispondenti ha dichiarato di appartenere a una denominazione religiosa, ma solo il 62% dice di essere una “persona religiosa”, mentre il 55% crede in un Dio o in qualche forma di spirito o “forza vitale”. Conclusione: in linea con le statistiche europee, “i parlamentari sono un gruppo in cui si riscontra l’appartenere senza credere e ancor più, l’appartenere senza praticare”.