GERMANIA

Dalla parte della vita, fino in fondo

La Conferenza episcopale tedesca sta animando un intenso dibattito sul tema del suicidio assistito. Tre testimonianze pro-life

La Conferenza episcopale tedesca (Dbk) sta effettuando una serie di incontri e colloqui con esponenti politici dei vari partiti presenti nel Bundestag per confrontarsi sui principali temi sociali e politici di questo periodo. Il 28 gennaio, presso la sede dell’Ufficio cattolico di Berlino, il presidente della Dbk, cardinale Reinhard Marx, insieme con il card. Karl Lehmann e alcuni vescovi di varie diocesi, ha incontrato una rappresentanza di politici del Bündnis 90/Die Grünen (Alleanza 90/Verdi): affrontando il dibattito attuale sull’eutanasia e il suicidio assistito, i vescovi hanno rinnovato la loro richiesta di un divieto di tutte le forme di suicidio assistito. In particolare hanno avuto la conferma dell’impegno politico dei Verdi per ampliare l’offerta di cure palliative ed hospice, con una particolare attenzione da porre sull’assistenza domiciliare e sulla preparazione dei parenti dei malati terminali. Un ulteriore approfondimento per i cattolici tedeschi viene dalla diocesi di Regensburg che pubblica sul suo sito un ampio dossier dal titolo “Morire con dignità – perché una persona deve morire presa per mano da un’altra e non per mano di un’altra” (http://www.bistum-regensburg.de/aktuelle-themen/sterben-in-wuerde/#accordion) riportando valutazioni di più testimoni ed esperti.

Cos’è la dignità nella morte? Robert Spaemann, professore emerito di filosofia presso la Ludwig-Maximilians-Universität di Monaco di Baviera, soffermandosi sul fatto che il concetto del “morire con dignità” sia utilizzato sia dai sostenitori che dagli oppositori dell’eutanasia, precisa che “l’intera ideologia moderna soffre di una contraddizione interiore profonda e si vede proprio dal doppio significato che vien dato alla parola dignità”. Secondo Spaemann, il desiderio di morire “può assalire qualcuno che è gravemente malato. Ma ciò è molto diverso dal desiderio di essere uccisi”. “Tutt’al più, la richiesta è rivolta a Dio: chiamami a te! Ipotizzando – sostiene il filosofo – che una persona a me vicina mi chiedesse di aiutarla a morire, di ucciderla, dovrei rispondere: non puoi pretendere che io dica di te che non devi più esistere”. Per il professore, infatti, ciò va oltre quello che una persona può dire e fare: “La persona può chiedere tutto; ma non può pretendere che io voglia che scompaia. E se mi chiedesse di accompagnarla in Svizzera presso un’organizzazione per l’eutanasia, cercherei di farle cambiare idea. Non la aiuterei ma le starei comunque vicino. Ma questa persona deve sapere che io ritengo che ciò che sta facendo sia assolutamente sbagliato. Deve riflettere fino alla fine. Questa è la solidarietà anche nei confronti dei peccatori. Non importa ciò che fa, rimango vicino alla persona. Ma non si esercita la misericordia favorendo il peccato. Amare il peccatore e odiare il peccato, ha scritto sant’Agostino”.

Dare compagnia amorevole al morente. “Abbiamo bisogno di rafforzare l’assistenza concreta” nel momento del dolore anche “attraverso la prevenzione del suicidio”, afferma Mechthild Löhr, presidente nazionale dei Christdemokraten für das Leben (Cristiano democratici per la vita) perché “la verità è che chiunque si può uccidere. Per quanto riguarda la libertà umana è così, ma la maggior parte delle persone lo fa perché sono disperate, depresse; a volte la malattia grave è percepita come una situazione senza speranza che fa intravvedere la morte come soluzione”. Ma per un cristiano che si coinvolge “non può accettare il suicidio come una soluzione dei problemi della vita”, conferma Löhr. Infatti “la malattia e la morte diverranno un campo centrale di azione della pastorale della Chiesa in una società sempre più invecchiata e orientata al piacere, e in cui i cristiani devono dimostrarsi attenti e competenti” con chi è paziente in ospizio o in ospedale. “Questa rimane la nostra missione cristiana: dare compagnia amorevole al morente. Ho fatto attività di accompagnamento ai morenti in un hospice ambulatoriale, quindi per me è più che una esperienza personale quando dico che tutti debbono essere assistiti, amati, curati fino alla fine”.

Porgere la mano sino alla fine. “La nostra vita è un dono che non si può semplicemente buttare via così”, dice con forza l’infermiera Bärbel Kiechle, impegnata nella formazione degli addetti alle cure palliative del Regensburger Caritas Krankenhaus St. Josef. “Fra le persone che hanno bisogno di sostegno, ad esempio con la cura personale, alcuni credono di perdere la loro dignità, dicono di essere inutili. E tutti sanno che ci sono momenti nella vita in cui tutto è troppo. Proprio in quel momento, ma anche e soprattutto sul letto di morte”, gli assistiti hanno bisogno “di persone che sono lì per dire: anche se avete ferite o il vostro aspetto è cambiato, vale la pena vivere”. L’infermiera sottolinea: “Ci saranno sempre i pazienti che desiderano mantenere a lungo la mano e anche se il dolore con le cure palliative può essere sopportabile, bisogna preparare alla paura di perdere il controllo del corpo”. E si giunge al momento in cui “a un certo punto, non hanno più bisogno della mano e si sente che hanno la pace e che sono giunti alla fine della strada e che possono intraprenderla da soli: ecco perché sostengo morenti, perché penso che andranno dove non avranno dolore e staranno bene”.