TERRORISMO

Una minaccia senza frontiere

Claude Moniquet è direttore dell’European Strategic Intelligence and Security Center di Bruxelles: “La sfida riguarda tutta l’Europa”

Parigi, Berlino, Bruxelles. Una ventata di attentati, blitz e arresti sta scuotendo l’Europa. La lotta contro il terrorismo non conosce frontiere. In Francia, Regno Unito e Germania l’allarme è alto. In Belgio la situazione è incandescente dopo l’operazione di polizia a Verviers, città al confine con la Germania, nella quale sono stati uccisi due sospetti jihadisti. “La minaccia-terrorismo in queste ore in Belgio – racconta Claude Moniquet, uno dei massimi esperti di antiterrorismo e direttore dell’Esisc (European Strategic Intelligence and Security Center, di Bruxelles), a Maria Chiara Biagioni di Sir Europa – è importante come lo è in tutti i Paesi europei ed è legata essenzialmente alla situazione in Siria: sono migliaia i jihadisti europei attualmente in Siria”.

Quanto è pesante la minaccia terrorismo in questi frangenti in Belgio?
“L’operazione antiterrorismo di Verviers ha permesso di contenere fortemente questa minaccia e si può dire che è stata un’operazione estremamente importante perché erano previsti attentati. L’arresto e la morte delle persone implicate limitano un po’ la minaccia, che però resta ancora forte”.

Quante persone in Belgio sono legate al jihadismo?
“È impossibile dirlo. Quello che si può presumere è che ci siano dalle 400 alle 600 persone di nazionalità belga o residenti in Belgio che sono legate a gruppi siriani o che sono stati in Siria o che hanno intenzione di andarci. Abbiamo parecchie decine di belgi che sono stati condannati per denunce di terrorismo. E ci sono sicuramente centinaia di simpatizzanti. Pertanto direi che ci sono in Belgio tra le 700 e le 1.000 persone che sono pericolose”.

Come si possono seguire così tante persone?
“Il problema è proprio questo. Ci sono pochi uomini e i mezzi non sono proporzionati alla portata della minaccia. Negli anni si è fatto un grande sforzo in questa direzione ma non si può immaginare che si possa raddoppiare o triplicare il servizio di sicurezza. E anche se si decidesse di farlo, non ci sarebbero comunque le persone sufficienti per seguire tutti. Se si vuole sorvegliare una persona sospetta e sorvegliarla totalmente come si è fatto per l’operazione di Verviers, occorre un minimo di 20 se non addirittura 30 funzionari perché devono essere presenti sul posto contemporaneamente almeno 6 o 10 persone per un orario di lavoro di 8 ore… Voglio dire con questo che se si vogliono seguire i mille sospetti attuali, ci vorrebbero almeno 20mila se non 30mila poliziotti. E in campo attualmente non ce ne sono che qualche centinaia”.

Cosa vuol dire, che la prevenzione è una battaglia persa fin all’inizio?
“No, sto dicendo che la lotta al terrorismo deve utilizzare mezzi sempre più adeguati e moderni, dalle intercettazioni mail agli informatori. Bisogna poi focalizzare i più pericolosi e fare un’analisi sul grado di rischio delle singole persone sospette. C’è un deputato belga, per esempio, che propone che le persone condannate per terrorismo siano obbligate a indossare un braccialetto elettronico per essere costantemente localizzate. Credo possa essere qualcosa che aiuterebbe molto la sicurezza”.

Lei ha detto che le operazioni di Verviers sono state importanti perché i terroristi stavano pianificando attentati. Può essere più preciso?
“Senza essere troppo preciso, per ragioni legate all’inchiesta, quello che si sa è che i terroristi fermati con l’operazione di Verviers stavano preparando degli attentati che sarebbero dovuti essere realizzati in Belgio e contro obiettivi diversi. Tra questi obiettivi la polizia”.

Siamo di fronte a una minaccia di scala europea. I terroristi sono legati tra loro e come?
“Certo. Non si può più riflettere a livello nazionale. Il 24 maggio scorso c’è stato un attentato a Bruxelles contro il museo ebraico per mano di un uomo di 30 anni che veniva dalla Siria. L’autore di quell’attentato era un francese, era entrato in Siria e ha commesso il suo attentato in Belgio. Dunque è possibile che in futuro ci sia un belga che compia un attentato in Francia. O un tedesco che realizza un attentato in Italia. La minaccia è multinazionale e per questo lo scambio d’informazioni tra le forze e le intelligence dei differenti Paesi europei e degli altri Paesi del mondo è estremamente importante”.