EDITORIALE/2
Si diffonde un clima di paura e di crescente individualismo. Papa Francesco gli contrappone un messaggio di fiducia e ottimismo
Una delle parole tedesche adottate da altre lingue europee è “Angst”. Questa “Angst tedesca” indica la tendenza generale nella nazione a rimuginare, così come la sua caratteristica paura del futuro. Questa paura sembra essersi diffusa in tutto il continente: la paura della disoccupazione e dell’impoverimento, la paura della deflazione e di perdere i risparmi, la paura delle infiltrazioni straniere e di una nuova guerra in Europa. Se aggiungiamo il timore delle conseguenze del pericoloso terrorismo islamico o del cambiamento climatico la lista continua…
Nella loro dimensione sociale queste paure sono giustificate da valide ragioni. La disoccupazione e la profonda erosione dei sistemi di previdenza sociale, soprattutto negli Stati meridionali dell’Europa, mettono in discussione la coesione sociale. La disoccupazione giovanile resta uno scandalo persistente. Quando Jean-Claude Juncker, in occasione del suo insediamento, ha descritto la nuova Commissione europea come la “Commissione dell’ultima spiaggia”, sembrava ben consapevole della gravità della situazione.
Una conseguenza delle tante forme di “Angst” attualmente diffuse nei Paesi dell’Europa è un crescente individualismo. La percezione di una minaccia spinge a ritirarsi dalla sfera pubblica e difendere i propri interessi. Il rovescio della medaglia è una crescente solitudine delle persone, un aspetto di cui Papa Francesco ha parlato con toni forti nel suo discorso al Parlamento europeo a Strasburgo.
I populisti, sia di destra che di sinistra, fomentano e strumentalizzano queste paure, e la gente va alla ricerca di capri espiatori. Uno di questi capri espiatori è proprio l’Europa. Gli stessi esempi di eccesso di regolamentazione e iperburocratizzazione vengono costantemente chiamati in causa, ma non esistono motivi razionali per una sfiducia generalizzata nelle istituzioni dell’Ue. La delusione nei confronti della politica e il disprezzo dei politici di casa propria vengono proiettati a livello europeo, ma sta diventando sempre più evidente che sono necessarie soluzioni a livello europeo per un numero crescente di aree problematiche, quali il cambiamento climatico, la politica in materia di migrazione, la politica estera, la sicurezza nazionale.
Ci si lamenta spesso del fatto che all’Europa oggi manca “una narrativa fondata sulla costruzione identitaria”. Le origini dell’unificazione europea vanno cercate nel conseguimento della riconciliazione e della pace, dopo centinaia di anni di guerra in Europa. Per le giovani generazioni di oggi, tuttavia, questo è un fatto storico che viene dato per scontato. Un concorso lanciato su Facebook in connessione con l’assegnazione del Premio Nobel per la Pace all’Unione europea nel 2012 è stato vinto dal maltese Larkin Zahra, 23 anni, che ha scritto questo tweet: “I miei nonni l’avrebbero definito ‘un sogno’. I miei genitori l’avrebbero definito ‘un processo’. Io dico che è la mia realtà quotidiana”.
La paura è notoriamente una cattiva consigliera. Pierre Teilhard de Chardin ha detto che il mondo appartiene a coloro che vi investono la più grande speranza. In questa linea, il discorso di Papa Francesco davanti al Parlamento europeo, il 25 novembre 2014, verteva soprattutto su come trasmettere ai cittadini europei un messaggio di speranza e di incoraggiamento. I media hanno dato troppo peso agli aspetti critici del suo discorso. Al contrario, il Papa ha espresso la sua fiducia che “le difficoltà possano diventare promotrici potenti di unità, per vincere tutte le paure che l’Europa – insieme a tutto il mondo – sta attraversando”. E in conformità con la sua visione religiosa ha collegato “questa speranza con il Signore, che trasforma il male in bene e la morte in vita”.