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Dalle Chiese e dai governi un contributo per promuovere la
cooperazione tra l’Unione Europea e i Paesi latinoamericani
Si è svolto a Madrid dal 17 al 18 maggio scorsi il secondo vertice tra l’Unione Europea, i Paesi dell’America Latina e i Paesi del Caraibi. A tre anni di distanza dal Summit di Rio de Janeiro, i Capi di Stato e di Governo delle tre regioni – adottando una dichiarazione politica denominata ‘Compromesso di Madrid’ – si sono impegnati a “proseguire nell’associazione strategica basata sulla dichiarazione e sul Piano d’Azione di Rio de Janeiro”, al fine “di affrontare insieme le sfide importanti e di approfittare delle opportunità del XXI secolo”, sulla scorta di valori e principi condivisi. Il vertice ha posto l’accento sul rafforzamento delle istituzioni democratiche, sull’accelerazione al processo di modernizzazione della società, sullo sviluppo sostenibile, sullo sradicamento della povertà, con attenzione particolare “alla diversità culturale, alla giustizia e all’equità sociale”. Nei giorni che hanno preceduto tale vertice, le Chiese europee e quelle dell’America Latina hanno organizzato sempre a Madrid, El Escorial, un incontro sul tema “America Latina e Unione Europa; insieme per il bene comune universale. Il contributo della Chiesa” (cfr. SirEuropa n.19/2002) al quale hanno preso parte 170 delegati provenienti da 38 Paesi di Europa e America Latina. Questi i pareri in merito all’impegno dell’Unione Europea per l’America Latina che abbiamo raccolto tra i rappresentanti delle Chiese.
L’America Latina chiama….“Crediamo che solo l’Europa possa ascoltarci e riequilibrare la politica mondiale”. A parlare è padre Armando Raffo, uruguayano, segretario della Conferenza latinoamericana dei religiosi/e (Clar), che riunisce congregazioni religiose di tutto il continente e ha sede a Bogotà (Colombia). A suo avviso la proposta più concreta per aiutare l’America Latina è “abolire il protezionismo per poter vendere le nostre merci”. Inoltre, dice, “è importante avere istanze internazionali molto forti capaci di controllare come viene speso il denaro e aiutare i nostri Paesi soprattutto con la formazione, perché c’è molto analfabetismo”. Padre Raffo non ha molta speranza nei vertici dei capi di governo perché “l’Europa è già molto preoccupata per i propri problemi, per cui è difficile che si interessino realmente di noi. Ma è importante rendersi conto che con la globalizzazione dipendiamo gli uni dagli altri e che è necessario ascoltarsi ed aiutarsi”. I religiosi in America Latina sono circa 200 mila, per lo più impegnati accanto ai poveri, ai giovani, alle donne. “Chiediamo più vicinanza ai problemi, aiuti agli specializzati che vengono a studiare in Europa, perché possano poi tornare in America Latina per aiutarci. E che il protezionismo in ambito rurale venga ripensato, perché questo rovina il lavoro dei nostri contadini e ruba loro le speranze”.
Questi i suggerimenti di mons. Rosendo Huesca Pacheco, arcivescovo di Puebla (Messico). “Ci auguriamo che la solidarietà non sia solo un discorso romantico dice – ma serva a fare programmi, scambi, esperienze”. In Messico gli effetti della globalizzazione, secondo mons. Huesca, “stanno rovinando i nostri valori tradizionali a causa della forte vicinanza agli Stati Uniti. E’ una globalizzazione solo del mercato ma non è umana. Dovrebbe essere anche una globalizzazione del lavoro, non solo delle merci”.
…l’Europa risponde. “In un mondo così fortemente interdipendente l’Europa deve sapere che ha bisogno di interlocutori aperti al dialogo e alla collaborazione. L’America Latina è un continente giovane di immense ricchezze e potenzialità, che potrebbe fare molto anche nelle sedi internazionali se ritrovasse una propria dignità riconosciuta”. Lo ricorda mons. Attilio Nicora, vescovo delegato per i problemi giuridici della Conferenza episcopale italiana e vice-presidente della Comece, sottolineando come “non si può dimenticare che la costruzione di una nuova Europa non può risolversi solo in un allargamento delle proprie sicurezze e del proprio benessere, quasi si potesse ristabilire un’isola felice più allargata”. L’attenzione all’America Latina, in questo caso, è consona “alle identità culturali che stanno a fondamento delle tradizioni dei due continenti”. A suo parere l’abolizione del protezionismo sui prodotti europei è “una delle linee da perseguire”, anche se “rimane un problema di strategie a breve e medio termine che non è realistico immaginare di poter risolvere in poco tempo”. Tuttavia, precisa, “la necessaria gradualità non deve nascondere un sostanziale rifiuto di un confronto più aperto sul tema di un commercio che sia davvero libero, giusto e solidale”.
“Lo sviluppo non può che partire dalla società civile. Né dal mercato, né dallo Stato, che sono indispensabili ma non sufficienti. Allora bisogna impegnare i due lati dell’Atlantico in forme efficaci di partenariato”. E’ il parere dell’economista italiano Stefano Zamagni. A suo avviso è necessario “modificare quanto prima gli statuti del Fondo monetario internazionale e della Banca mondiale; creare un fondo di solidarietà per le situazioni di emergenza, da alimentare con entrate straordinarie e gestito da espressioni della società civile transnazionali; dare vita a forme di partenariato tra società civile latino-americana ed europea, sul modello utilizzato dalla Chiesa italiana con la campagna per la remissione del debito estero di Zambia e Guinea, tramite una fondazione che spende i soldi in sanità, cultura, formazione”. In Inghilterra e Galles, invece, come riferisce Clare Dixon, del Cafod, un’organizzazione di volontariato simile alla Caritas, non c’è mai stata una grossa attenzione all’America Latina perché delegata per molto tempo agli Stati Uniti. “Ma oggi vogliamo che il nostro governo assuma le proprie responsabilità nei confronti di questi Paesi afferma -. E’ anche una questione di convenienza perché se l’Europa intende essere egoista i suoi problemi rischiano di aumentare. Se nel Sud non ci sono possibilità di vita dignitosa è chiaro che l’unico rimedio rimarrà l’emigrazione”. Per Elena Lasida, della Commissione giustizia e pace francese, l’incontro delle Chiese dell’Europa e dell’America Latina è stata “una buona iniziativa, soprattutto per cercare di superare i pregiudizi reciproci”. Tuttavia “è solo un primo passo dice -. Per avere degli effetti concreti di cambiamento ci vuole molto tempo. Ora la sfida è non fermarsi alle dichiarazioni di principio ma cercare forme di lavoro comune”.
Patrizia Caiffa inviata Sir a Madrid