Il 28 novembre scorso il Senato belga ha approvato il matrimonio tra persone omosessuali. A favore hanno votato i senatori verdi e socialisti, mentre i liberali (VLD e MR) e i democristiani fiamminghi (CD&V) erano divisi sulla questione. Estrema destra fiamminga (Vlaams Blok) e i democristiani francofoni (CDH) hanno, invece, votato contro. Secondo la legge, le coppie omosessuali godono degli stessi diritti delle coppie eterosessuali eccezion fatta per il diritto all’adozione e di filiazione. Per entrare in vigore, la legge deve attendere ora l’approvazione della Camera dei Deputati. Negativa la reazione della Chiesa cattolica: il vescovo di Gand, mons. Arthur Luysterman, responsabile per gli affari giuridici della Conferenza episcopale belga, non ha voluto esprimersi sulla nuova legge, mentre il portavoce dell’episcopato Toon Osaer ha ricordato il documento dei vescovi ‘Scegliere il matrimonio’ emanato ad ottobre del 1998, con cui la Conferenza episcopale aveva già espresso il suo disaccordo con ogni legislazione tendente “ad accordare uno statuto giuridico equivalente a quello del matrimonio ad altre forme di vita comune” nonché alla “relativizzazione del matrimonio e della famiglia”. Per Roger Burggraeve, professore di teologia morale all’Università Cattolica di Lovanio, la domanda se questo legame si debba chiamare ‘matrimonio’ o meno, è soltanto una discussione semantica. In realtà, il punto nodale “è quello della filiazione: in questo campo ci sarà sempre, de facto, una differenza essenziale tra coppie eterosessuali e quelle omosessuali. Il fatto che il matrimonio è intimamente connesso alla procreazione gli dà un altro statuto. Per il figlio non si tratta soltanto di crescere in un ambiente che gli vuole bene, anche il legame biologico con i genitori è un fatto costitutivo.”