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Sono ancora i possibili “venti di guerra” in Iraq, a monopolizzare l’attenzione dei principali quotidiani europei. “Iraq: la guerra di Bush non è più inevitabile”, è il titolo d’apertura di Le Monde (9/10), che sottolinea come il presidente Bush abbia dichiarato agli americani che “la minaccia di un ricorso alla forza non significa che un’azione militare sia imminente o inevitabile”. Nel discorso alla nazione, fa notare il quotidiano francese, Bush ha nel contempo insistito sulla “minaccia che rappresenta Saddam Hussein e sui sistemi di armamento biologico e chimico che controlla e che potrebbe mettere a disposizione dei diversi gruppi terroristici”. Alla vigilia del dibattito all’asemblea nazionale francese sulla crisi Usa-Iraq, La Croix (8/10) ospita un’inchiesta su “quelli che spingono Bush alla guerra”, come recita il titolo dell’articolo firmato da François d’Alançon. “L’ossessione irachena di George W. Bush” si chiama prima di tutto Paul D. Wolfowitz: è il segretario aggiunto alla difesa, spiega il giornalista, che “non ha perso un’occasione di tentare di convincere il presidente degli Stati Uniti che l’Iraq deve servire da esempio”. A commentare, invece, le prese di posizione europee sul possibile conflitto in Iraq è il neoconservatore Robert Kagan, secondo il quale “gli europei raccomandano il multilateralismo e il rispetto della legge internazionale perché non hanno né i mezzi, né la volontà di mantenere una potenza militare”. “Robert Kagan – informa d’Alançon – si interroga sulle conseguenze di questa spaccatura strategica tra gli Stati Uniti e l’Europa, e conclude affermando che i primi sono abbastanza potenti per non temere di vedersi legate le mani, associando gli europei alle loro azioni. Gulliver può permettersi di essere più ‘comprensivo’ e più ‘generoso’ con i suoi alleati lillipuziani”. Di un Bush che “spinge” per le risoluzioni di guerra e che cerca di preparare l’opinione pubblica americana ad un eventuale conflitto in Iraq (anche se presentato come soluzione estrema) parla Brian Knowlton, sull’ Herald Tribune (9/10): “ Bush ha offerto una dettagliata giustificazione per una possibile azione militare contro l’Iraq. Ha chiamato il presidente Saddam Hussein un ‘tiranno omicida’ e uno ‘studente di Stalin'”.
Anche la stampa tedesca continua ad occuparsi della crisi irachena: sulla Süddeutsche Zeitung del 5/10, Stefan Ulrich enumera gli “ argini contro i dittatori“: “Sanzioni, ispezioni, tribunale: nella lotta contro Saddam, questi strumenti non sono stati ancora esauriti. In casi estremi può tuttavia essere necessario ricorrere alla guerra. Ma gli Stati che intervengono debbono rinunciare ad iniziative individuali. Chi ricorre all’ultima risorsa, deve avere la legittimazione del diritto o della comunità internazionale, se non vuole diventare anch’esso despota“. Considerando la situazione post-bellica in Afghanistan, su Die Welt del 6/10 Sophie Mühlmann commenta: “ Il fronte antiterrorismo deve imparare dalle esperienze maturate. Senza un progetto chiaro per il periodo successivo all’intervento militare, tutti gli altri obiettivi di instaurare un sistema umano sono inutili“. “ Quando è consentita la guerra preventiva?“, chiede Herbert Kremp nell’edizione dell’8/10. “ Il vero problema è se il diritto internazionale sia in grado di bloccare il terrorismo, e soprattutto gli Stati complici e i fornitori di armi. Il terrorismo non è giuridicamente riconosciuto e non potrà mai esserlo. Ma gli Stati che lo fiancheggiano? I loro governi violano il diritto internazionale“.
Sull’eventuale entrata della Turchia nella Ue, la Frankfurter Allgemeine Zeitung del 9/10 nota: “ L’allargamento ad est dell’Unione Europea non si è tradotto in un atto di riparazione storico-morale ma in un processo burocratico. Ciò corrisponde alla natura dell’UE, che è un meccanismo di trattativa e compromesso… L’importanza” della Turchia “ per l’Europa è inconfutabile. Ma ciò che è confutabile è” la sua “appartenenza all’Europa, considerando geografia e storia, cultura e situazione politica“. Il settimanale Der Spiegel del 7/10 illustra le riforme fiscali previste dal nuovo governo Schröder: “ Poveri ricchi: il governo rosso-verde vuole incassare dalle grandi imprese e dai benestanti. Ciò che era all’inizio una vile azione di raccolta fondi potrebbe essere presto nobilitata come strategia politica.”