” “Teologi, vescovi,” ” sacerdoti di diverse chiese europee ” “descrivono i frutti di uno degli aspetti più ” “qualificanti del Concilio Vaticano II: ” “l’ecumenismo” “
Una storia che continua. Si presenta così il Concilio Vaticano II nelle parole dei vescovi e dei rappresentanti delle Chiese a cui abbiamo chiesto una valutazione del cammino percorso e prospettive per il futuro.
Grecia: ecumenismo di base. Passi piccoli ma costanti quelli che hanno contrassegnato il cammino della Chiesa cattolica greca dopo il Concilio Vaticano II. A dichiararlo a è il presidente della Conferenza episcopale greca, mons. Nikolaos Foskolos. “Dal Concilio ad oggi ricorda l’arcivescovo di Atene – abbiamo registrato dei progressi nella nostra Chiesa locale non solo nella liturgia ma un po’ in tutti i settori presi in esame da questo importante evento della Chiesa. I nostri sforzi per recepire i contenuti del Concilio sono volti, in particolare, alla vita liturgica, all’ecclesiologia con l’accentuazione della vita ecclesiale locale e la partecipazione dei laici”. In particolare, aggiunge, “ci sono molti laici che partecipano ai Consigli parrocchiali, impegnati nel catechismo e, malgrado il nostro numero ridotto, stiamo cercando di recepire anche le indicazioni relative alla missione. Abbiamo dei missionari in Africa, in Romania, due religiose in Bulgaria. Non vogliamo essere una Chiesa chiusa”. Ma molto resta da fare: “Dove non abbiamo fatto molti passi in avanti è il diaconato permanente e questo a causa della formazione dei diaconi. Qui in Grecia spiega mons. Foskolos – non abbiamo luoghi di formazione adatti e quindi siamo costretti a mandare i nostri diaconi all’estero con problemi di lingua e di spostamento specie per la gente sposata”. Senza dimenticare l’ecumenismo ed il dialogo interreligioso: “Qui in Grecia la Chiesa cattolica è una piccola minoranza e deve misurarsi con una maggioranza ortodossa. L’ecumenismo in Grecia vive una duplice dimensione. Quella dei rapporti tra le istituzioni ecclesiastiche che risente di qualche difficoltà. Soprattutto perché la Chiesa ortodossa timorosa del secolarismo proveniente dall’Occidente e della mondializzazione rischia di chiudersi. Esiste, invece, un ecumenismo di base alimentato da incontri e reciproca stima e conoscenza. Ed è l’ecumenismo in cui tutti speriamo”.
Germania: segni visibili. “L’impulso del Concilio ha originato molti cambiamenti, lasciando tracce profonde”. A parlare è mons. Gebhard Fürst, vescovo di Rottenburg- Stoccarda. Tra i segni visibili lasciati in Germania dal Concilio, la rinascita del diaconato permanente; l’impegno dei circa 200 mila volontari attivi nella Chiesa (senza i quali “la pastorale si sarebbe impoverita da tempo”); la nascita di associazioni ed organizzazioni; la presenza delle donne nella Chiesa. “Tutti dice il vescovo – contribuiscono a creare una Chiesa viva, come voluto dal Concilio”. E aggiunge: “Condividere la responsabilità e contribuire ai processi decisionali rafforza l’identificazione con la Chiesa. Inoltre, in questo modo è possibile tracciare e prendere le decisioni con maggior cognizione di causa”. Cosa rimane da attuare ancora? “Vorrei citare risponde mons. Fürst – solo tre aspetti che mi paiono importanti: va rafforzata innanzitutto la dimensione spirituale della nostra Chiesa, orientandoci maggiormente al Vangelo e agendo di conseguenza nella società, in base al motto: ‘agire per la vita!’. E’ inoltre importante delineare un’immagine contemporanea di pastorale della nostra Chiesa, in cui i servizi e i carismi, le cariche principali e le attività dei volontari possano collaborare bene insieme tra loro. Infine credo che l’intera ricchezza della celebrazione liturgica vada sfruttata di più, per renderla più fruttuosa ai fini della trasmissione della fede”.
Russia: dalle labbra del metropolita. “Una storia personale” il cui ricordo gli fa ancora illuminare gli occhi. A raccontarla è mons. Tadeus Kondrusiewicz, arcivescovo di Mosca che preferisce parlare del Concilio Vaticano II con un ricordo. “Era 1965 ed ero studente dell’istituto politecnico di Leningrado. Alla Messa di Natale, mi accorgo che accanto al parroco c’era un patriarca ortodosso. Non sapevo chi fosse. Solo dopo venni a conoscenza che si trattava del metropolita di Leningrado, Nicodemo. Dopo la Santa Messa, il metropolita prende la parola e comincia a raccontare di essere appena ritornato da Roma dove era stato osservatore della Chiesa russa al Concilio Vaticano II. Era la prima volta che sentivo pronunciare quelle parole: Concilio Vaticano II. Così ho avuto l’annuncio del Concilio dalle labbra di un metropolita ortodosso. E’ davvero curioso, un evento che ho sempre considerato un segno. Solo negli anni ’70, entrato in seminario in Lituania, ho avuto la possibilità di accedere ai testi del Concilio. Ricordo che ne rimasi talmente affascinato da farne oggetto di dottorato”. Guardando al presente, mons. Kondrusiewicz osserva: “Per noi si tratta oggi di realizzare il Concilio nella vita della Chiesa. Occorre soprattutto far conoscere alla gente il concetto di Chiesa intesa come popolo di Dio. C’è poi l’adattamento dei testi liturgici alla tradizione russa, pensando anche alla tradizione ortodossa e bizantina e alla traduzione in lingua russa. E infine c’è tutto il capitolo dell’insegnamento sociale della Chiesa da sviluppare. Tutto questo però lo vogliamo realizzare in collaborazione con la Chiesa ortodossa”.
Svizzera: “doni” per tutte le Chiese. “La Chiesa svizzera ricorda Giovanni Paolo di Sury, uno dei sacerdoti che anima il centro parrocchiale ecumenico di Meyrin – è stata molto veloce a raccogliere i frutti del Concilio, per la particolarità della sua situazione sociale e culturale. L’ecumenismo, in particolare, è stato uno degli aspetti qualificanti del Concilio che nel nostro Paese è stato tenuto molto in considerazione”. Il centro di Meyrin è uno dei frutti del Concilio Vaticano II nella Svizzera romanda: è un centro parrocchiale diviso in parti uguali tra una comunità cattolica e una protestante. Vi sono passate 124 nazionalità diverse. Un’esperienza carica di “doni” per entrambe le Chiese. “Si può dire racconta il sacerdote – che i cattolici hanno dato ai protestanti, soprattutto in Svizzera, il senso della celebrazione liturgica e che i cattolici abbiano riscoperto grazie ai protestanti le ricchezze delle tradizioni che sono più radicate nella Bibbia. Il nostro centro parrocchiale fa parte di uno dei tanti progetti ecumenici che il Concilio Vaticano II ha prodotto nel mondo”. Purtroppo, nota anche il sacerdote, “nel momento in cui ci sono delle svolte nella Chiesa alcune persone decidono di abbandonare. Con il movimento di mons. Lefebvre in Svizzera si è assistito ad un salto indietro, in un passato remoto. Insistere sull’importanza del latino ha rappresentato la volontà di oscurare il messaggio religioso. Il rifiuto della collegialità, della libertà di coscienza e dei diritti umani sono stati all’origine di questa separazione. Ora il dialogo con il movimento dei lefebvriani è stato rilanciato, proprio in nome dell’ecumenismo, ma non sarà facile”. Oggi, la Svizzera aspetta con impazienza un Concilio Vaticano III, secondo Giovanni Paolo di Sury: “L’ecumenismo spiega – è un movimento irreversibile e potrebbe essere il punto principale del prossimo Concilio ma ci sono anche altri temi da ridiscutere, come quello del dialogo interreligioso”.