Giovanni Paolo II" "

Il filo che porta il suo nome” “

Affidarsi significa consegnarsi, abbandonarsi. Presuppone la conoscenza della persona da cui ci si lascia condurre per le strade della vita. E’ un radicale esproprio di sé stessi che non precipita nel vuoto ma in un abbraccio che sostiene, nutre e rilancia. In tutte le vite si può scorgere – magari solo a posteriori – il filo che regge l’ordito del tempo donato nella storia. Non è quel filo che con un solo colpo brutale viene tagliato per consegnarci alla polvere, all’oblio. E’ il filo che regge, il filo senza il quale le maglie cadrebbero inesorabilmente e creerebbero vuoti e spazi disarmonici. Ciascuno ha il suo filo, scoprirlo immette nella propria missione, nel perché della propria vita. E’ illusorio credersi capaci di un’auto – scoperta, è fiero e intelligente credersi illuminati dallo Spirito e implorare luce per afferrarlo. Quale è il filo che ha retto le maglie della vita di Karol Wojtyla e di Giovanni Paolo II? Maglie disperse fra guerre e regimi, lotte per il quotidiano e teatro rapsodico, studi indefessi e montagne incantante? Da ragazzo e da giovane, prima che le rughe dei popoli si scavassero sul volto. Questo filo lo sta portando al varco degli 83 anni e ai 25 di un pontificato che non gli ha concesso sosta, per frangenti storici ardui e per gioie pastorali in tutti i paralleli e i meridiani del nostro globo. Il filo è una persona, è un nome: Maria. Gli psicanalisti (o sedicenti psicanalisti) avrebbero buon gioco: Karol ha riempito il vuoto lasciato dalla morte precoce della madre. Quand’anche fosse così, il cristiano non si turba; non è che ha sempre la risposta pronta ed è capace di far quadrare il cerchio, sa solo, per dono, che il turbinio della storia di ciascuno è sottilmente retto, guidato, amato dal Padre. Con tutto il nostro sommovimento psicanalitico incluso. Karol/Giovanni Paolo II ha ricevuto un dono per tutti noi: Maria. Proprio perché è un dono, se trasmesso, posto nelle mani altrui, cresce a dismisura, non si consuma, non si liquefa. Levita e fiorisce, inspiegabile ma secondo le leggi dell’amore e della fratellanza universale. Il cammino percorso a due, Maria e Karol/Giovanni Paolo II, è una traccia universale, scandita da poche parole: “Tutto tuo io sono e tutto ciò che è mio è tuo. Ti accolgo in tute le mie cose. Donami il tuo cuore, o Maria”. La Madre, e noi tutti lo possiamo constatare con evidenza, gli ha risposto: “Tutta tua io sono e tutto ciò che è mio è tuo. Ti accolgo in tutte le mie cose”. Per noi che pure muoviamo faticosamente i nostri passi, è dissetarci dall’attingere e dal trasmettere delle sorgenti nascoste che il Papa ha scavato con le sue mani. Mani che non hanno più la snellezza e la bellezza del vigore giovanile, mani che denunciano uno scavo su roccia dura, su vene che saltano e lasciano passare solo se investite dal continuo lancio di un’Ave Maria dopo un’Ave Maria. “Tutto si tiene”, ha scritto il Papa. Tutto, senza escludere nulla e nessuno, ha il suo senso e il suo significato, quando, come lui, la vita sia stata una vita a tu per tu con Maria. Non sappiamo per quanto tempo ancora questo filo si srotolerà e, in fin dei conti, poco importa; non percorriamo un labirinto da cui tirarci fuori, percorriamo quella via che Maria ci indica: “Io sono la Via, la Verità e la Vita”, ha detto suo Figlio. Maria non è una Madre e un Sorella che trattiene e blocca egoisticamente a sé la persona che a Lei si affida. Il suo è grembo che consegna a Gesù, che conduce al Padre. Il filo allora apprende a danzare al suono di quella “silente musica”, per esprimersi con Giovanni della Croce, che caratterizza la vita della Trinità, vita che ci attende, prima o poi. Mormorare la preghiera a Maria è danzare sulle strade inquinate del mondo, nel proprio ufficio, nella propria cucina, in fabbrica e pilotando gli aerei. “Riscoprire il Rosario significa immergersi nella contemplazione di Colui che “è la nostra pace” (Ef. 2,14). Le mani di Giovanni Paolo II, stanche e segnate, simbolicamente legano al filo della sua vita, Maria, il filo di tutte le nostre vite; il disegno ora non lo vediamo, lo speriamo, lo attendiamo, sappiamo però che danzerà sul mondo, disegnando Shalom, Shalom. Noi, il filo che porta il nome di Giovanni Paolo II, speriamo di vederlo srotolare e danzare nella storia ancora per molto, tanto quanto a Dio piacerà. Se però è sì lecito esprimere un desiderio di figli gioiosi e sbirciare di soppiatto il gomitolo da cui si snoda, vorremmo dire: “Maria, allunga ancora quel filo!”.