Il conflitto iracheno e l’incapacità dell’Unione Europea di esprimere una posizione univoca a livello tanto politico quanto militare hanno rilanciato il dibattito sulla necessità di dotare l’Ue di una vera e propria politica estera e di sicurezza comune (Pesc). Accanto, o forse propedeuticamente a questa, la Politica europea di sicurezza e di difesa (Pesd) potrebbe costituire lo strumento giusto per convincere i Governi dei Quindici e dei futuri Ventisette a coordinare la propria azione esterna in vista anche di una redifinizione dei rapporti tra Ue, Nato e Stati Uniti. In realtà, la Pesd già esiste nella legislazione comunitaria. Il primo tentativo di costruire una difesa congiunta europea fu fatto nel 1954 con la proposta di istituire la Comunità europea di difesa (Ced); l’opposizione del generale De Gaulle portò tuttavia al fallimento del progetto, ragion per cui il tema è rimasto nel cassetto per tutta la durata della guerra fredda. La situazione è cambiata con la caduta del muro di Berlino e l’impoverimento del ruolo della Nato, organizzazione alla quale si sono progressivamente avvicinati ed aggiunti tutti o quasi i Paesi satelliti dell’allora Urss e membri del disciolto Patto di Varsavia. A seguito della previsione iniziale del Trattato di Maastricht (1992) di inquadrare progressivamente una politica comune di difesa nella politica estera e di sicurezza comune, l’incorporazione nell’Ue dell’Unione dell’Europa Occidentale – considerata fino ad allora il “braccio armato” delle Comunità – ha portato alle disposizioni dei Trattati di Amsterdam (1997) e Nizza (2000) e dei Consigli Europei seguenti che configurano la Pesd attuale.