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L’auspicio e l’impegno delle Chiese cristiane a ” “cinque anni ” “dall’accordo di Belfast, 10 aprile 1998 ” “” “
A cinque anni esatti dalla firma del cosiddetto “Good Friday agreeement” “Accordo del venerdì Santo” sottoscritto tra Regno Unito e Repubblica d’Irlanda a Belfast il 10 Aprile 1998, giorno appunto del venerdì Santo, da cui il nome – il processo di pace nell’Ulster sembra vivere un momento di stallo. Le elezioni per ricostituire e riavviare l’assemblea – inizialmente attese per il primo maggio e ora annunciate per la fine di maggio indicano, tuttavia, uno spiraglio di luce. Centrale, per il processo di pace, il ruolo svolto nel Paese dalle Chiese cattolica e anglicana. Chiese e processo di pace. Nonostante il contributo dell’amministrazione americana al processo di pace negli anni passati (specialmente con Bill Clinton) la presenza di Bush in Ulster per il vertice angloamericano sull’Iraq del 7 e 8 aprile, presso il castello di Hillsborough, non è stata ben accolta dal partito social-democratico laburista e dallo Sinn Fein, entrambi oppositori della guerra in Iraq. Caute le autorità religiose irlandesi, cattoliche e anglicane, nel commentare una situazione fluida che “non dà indicazioni chiare di cosa succederà”. L’arcivescovo anglicano della diocesi di Armagh, rev. Robert Eames, ha dichiarato che l’accordo di Belfast del 10 aprile 1998 è stato “un momento decisivo di grande significato per il processo di pace in Irlanda del Nord” e di centrale importanza è stato l’aver raggiunto la “condivisione del potere al governo”. Di fronte allo stallo delle istituzioni autonome dell’Ulster l’arcivescovo ricorda che l’accordo assomiglia a una “mappa stradale” piuttosto che a un “documento legale redatto con precisione parola per parola”. Ciò che conta, ha sottolineato Eames, sono la “visione e la speranza” emerse “dopo intensi negoziati politici”. Padre John McManus, assistente dell’arcivescovo cattolico di Belfast, rev. Patrick Walsh, ha spiegato che la Chiesa cattolica continua a “incoraggiare” i politici a “costruire una pace duratura e per tutti attraverso la via del dialogo”. Il compito della Chiesa cattolica in questo processo di pace non è “interferire nella politica”, ha aggiunto padre McManus, ma “gettare ponti tra le differenze” affinché “si crei un futuro di pace insieme”. Le Chiese gli fa eco l’arcivescovo anglicano “hanno lavorato intensamente” per “la costruzione di ponti tra le comunità”, certe che l’accordo di Belfast “offrisse la soluzione migliore per andare avanti”. Ma, commenta amareggiato Eames, molti “non hanno saputo cogliere l’ampiezza della ‘visione’ dell’accordo e così è spesso mancata la fiducia tra le parti coinvolte nel processo di pace. Ora, il “ruolo primario” delle Chiese è quello di “ricostruire la fiducia tra le divisioni”. L’accordo del Venerdì Santo. Raggiunto in seguito a trattative che oltre ai governi dei due Paesi, coinvolsero dieci partiti politici, l’accordo fu il risultato di una serie di incontri multilaterali durati alcuni anni e ricevette il forte sostegno dell’allora presidente americano Bill Clinton. Il documento seguitone è costituito da tre parti. La prima regola le questioni istituzionali all’interno dell’Irlanda del Nord; la seconda stabilisce i rapporti tra la Repubblica irlandese e l’Ulster; l’ultima sezione, infine, disciplina i rapporti dell’intera isola irlandese (Repubblica irlandese più Ulster) col resto del Regno Unito. Di conseguenza, varie istituzioni sono state create per svolgere tali compiti: l’Assemblea e l’Esecutivo dell’Irlanda del Nord, il Consiglio ministeriale Nord-Sud; il Consiglio britannico-irlandese, la Conferenza intergovernativa britannico-irlandese. Funzioni significative sono state attribuite dall’accordo a due Commissioni: quella per i diritti umani e quella per l’uguaglianza. L’enorme valore del “Belfast Agreement” risiede nel fatto che con esso entrambi i governi di Gran Bretagna e Irlanda hanno apportato dei cambiamenti alle proprie concezioni di sovranità sull’Irlanda del Nord. Dalla partizione dell’isola irlandese, nel 1921, per la prima volta i partiti politici hanno scelto di affrontare il conflitto tra i due nazionalismi non con le armi, ma col dialogo e il principio del consenso. Sir n.27 del 11 aprile 2003