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Per un reciproco ascolto” “

A Lisbona ” “non si è parlato solo sviluppo ma anche ” “di pace e conflitti dimenticati ” “” “

Una nuova forma di partenariato e collaborazione “alla pari” per lo sviluppo dei due continenti: è l’auspicio espresso in questi giorni a Lisbona nel corso dell’incontro su “Africa ed Unione europea. Partner nella solidarietà. Il contributo delle Chiese”, organizzato da Comece (Commissione degli episcopati dell’Unione europea), Sceam (Simposio delle Conferenze episcopali di Africa e Madagascar) e Conferenza episcopale portoghese, che si conclude oggi dopo una serie di gruppi di lavoro a porte chiuse e una conferenza stampa finale. Il congresso era stato pensato in vista del vertice governativo Africa-Ue che si sarebbe dovuto svolgere a Lisbona il 4 e 5 aprile, ma è stato rimandato a data da destinarsi.. Partner nella solidarietà. “Essere partner nella solidarietà – ha detto mons. Laurent Monsengwo Pasinya, arcivescovo di Kisangani (Congo) e presidente dello Sceam – è oggi un’urgenza, soprattutto in una situazione di globalizzazione e nonostante il magro contributo dell’Africa all’economia mondiale (2%)”. Per Monsengwo si tratta di “un partenariato per lo sviluppo dell’uno e dell’altro continente, con regole definite di comune accordo, altrimenti rischiano di essere dettate da interessi di parte o addirittura dalla legge del più forte”. L’arcivescovo di Kisangani ha invocato “uno sviluppo integrale e solidale”, “senza il quale la pace è minacciata”. Mons. Joseph Homeyer, vescovo di Hildesheim e presidente della Comece, ha infatti sottolineato che “il dialogo tra le culture, e soprattutto il dialogo con i poveri, è essenziale, per dare voce a chi non ne ha e portare giustizia nell’economia”. Per mons. Homeyer “il fatto che il vertice governativo sia stato rimandato è uno scandalo”. E un auspicio a cambiare il modo di fare cooperazione tra Nord e Sud del mondo è venuto anche da Michel Camdessus, ex direttore del Fondo monetario internazionale. Anche durante le riunioni dei G8, ha suggerito, “dobbiamo accettare che vi partecipino gli africani per giudicare le nostre politiche di sviluppo, come loro accettano il nostro sguardo sulle loro politiche”. Una collaborazione che, secondo il vescovo ausiliare di Milano mons. Giuseppe Merisi, rappresentante per l’Italia all’interno della Comece, ha tra le priorità “la pace, la salute, l’educazione, il debito pubblico, le risorse, la restituzione dei beni culturali”. La “marginalizzazione dell’Africa nei processi di globalizzazione e nell’economia” è stata denunciata anche dal presidente del Portogallo Jorge Sampaio, mentre Friedrich Hamburger, direttore generale per lo sviluppo della Commissione europea ha invitato a “non ignorare la voce della società civile africana”. Un appello per la pace e per i conflitti dimenticati. A Lisbona si parla anche di un appello congiunto dei vescovi europei ed africani contro la guerra in Iraq da lanciare a conclusione dell’incontro, visto che i temi della guerra e della pace sono emersi in maniera trasversale durante la prima giornata di lavori. Il cardinale José da Cruz Policarpo, Patriarca di Lisbona e presidente della Conferenza episcopale portoghese, ha rilevato che “la posizione della Chiesa e del Papa ha contribuito a creare nell’umanità una nuova coscienza sul valore inestimabile della pace, per cui la società civile comincia a reagire e a fare pressione sui governi”. Non dimenticate l’Uganda! Dal congresso di Lisbona emergono anche voci isolate dai conflitti dimenticati dell’Africa. Mons. John-Baptist Odama, arcivescovo di Gulu, in Uganda, ha lanciato un appello per la sempre più drammatica situazione nella zona Nord del suo Paese, nei tre distretti di Gulu, Kitgun e Pader, dove da oltre 15 anni si combatte una guerra tra i ribelli (di cui il 90% è costituito di bambini tra gli 8 e i 14 anni) e l’esercito governativo: su una popolazione di 1.200.000 persone, circa 800.000 sono rifugiati interni alloggiati in campi profughi, scuole, missioni e ospedali e, nonostante gli aiuti delle organizzazioni internazionali, hanno ancora bisogno di cibo e medicine, ma soprattutto di aiuto politico per la risoluzione di questo conflitto. Ascoltate il grido della popolazione ugandese. Abbiamo bisogno del sostegno internazionale”.