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Dalla guerra alla tregua” “” “

La testimonianza di don Kreso apre al ricordo della guerra nei Balcani e della attuale difficoltà di coabitazione di popoli di etnia e religione diverse” “

Tregua e non pace. “La pace, ma quale pace? La verità è che siamo in tregua”, sono le parole di don Kresimir Puljic, parroco a Mostar, la seconda città della Bosnia-Erzegovina. La guerra è finita da nove anni ma per le strade di questo centro sono ancora evidenti i segni del conflitto. Gli accordi di Dayton del 1995 hanno stabilito la creazione di una Repubblica serba e di una Federazione in cui convivono croati e musulmani. Una coabitazione sotto il controllo delle forze multinazionali. In Bosnia Erzegovina attualmente vivono tra i 450 e 500 mila cattolici (secondo i dati forniti dalla conferenza episcopale locale) pari al 10-12% della popolazione totale. Prima del conflitto, nel 1991, i cattolici erano quasi 761 mila pari al 17,4% della popolazione. Nella diocesi di Mostar-Duvno i cattolici sono 200 mila. Nel corso della guerra sono state distrutte o gravemente danneggiate 51 chiese (delle quali 29 parrocchiali), 9 cappelle, 33 rettorie e altri edifici di proprietà della Chiesa, 5 monasteri e 8 cimiteri. Dalla fine del conflitto ad oggi, sono state ricostruite 17 chiese (delle quali 11 parrocchiali), 5 cappelle, 13 rettorie ed edifici ecclesiastici, due monasteri. Non c’è perdono senza giustizia. Nella parrocchia “San Giovanni apostolo ed evangelista” don Kreso, lo chiamano tutti così, descrive la situazione della diocesi: “Non possiamo parlare di perdono se prima non c’è giustizia e difesa dei diritti umani. Chiediamo di essere rispettati, di poter vivere la nostra religione e la nostra cultura. La pace cresce dalla giustizia”. La parrocchia si estende anche nella parte orientale della città dove vivono in prevalenza i musulmani; prima della guerra i cattolici in quella zona erano settemila, ora sono appena una cinquantina. “Durante la guerra avevamo paura delle bombe – spiega don Kreso – ma abbiamo imparato a difenderci, ora non ci sentiamo completamente al sicuro”. E racconta: “Poco prima di Natale, il presepe esposto davanti alla ‘casa della cultura’ nel cuore della città è stato bruciato da alcuni musulmani. Qualche settimana prima, in una fabbrica nella zona musulmana sono state trovate 22.000 granate. Erano dirette a noi? “. Alla distruzione del presepe il parroco ha risposto con parole di pace e in una lettera ai suoi parrocchiani ha scritto: “La Chiesa di Mostar innalza la preghiera per le persone che hanno commesso questa azione triste quanto spregevole. Dobbiamo perdonare coloro che ci fanno del male”. Terminato il conflitto, nella parte islamica di Mostar sono stati ricostruiti 36 minareti. “In tutta la Bosnia-Erzegovina sono quattrocento le nuove moschee – precisa don Kreso – ma qui a Mostar non riusciamo neanche a costruire una chiesa nuova, non abbiamo i fondi. La mia parrocchia che ha oltre 33mila abitanti e la metà sono cattolici, è stata ricavata da un vecchio magazzino. A parte i francescani che hanno edificato una grande chiesa con un campanile alto oltre 100 metri, proprio sulla vecchia linea del fronte, non ci sono nuovi edifici religiosi”. L’appello alle Chiese. La Caritas è diretta da don Ante Komadina, che per diciassette anni è stato direttore del mensile diocesano “La chiesa sulla pietra”. “La situazione è difficile – afferma don Ante – la droga e la prostituzione sono molti diffusi. Tutti i progetti che stiamo gestendo, dalla casa per i bambini handicappati a quella di accoglienza per le donne maltrattate, dalla scuola materna all’assistenza domiciliare per gli anziani, sono finanziati dalle Caritas straniere ma ora dobbiamo riuscire a gestirli con le nostre forze e con interventi a media e lunga scadenza. Abbiamo ancora bisogno dell’aiuto delle Chiese europee “.