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Una fermezza inattesa” “

Le posizioni europee e americane a confronto nello scenario di una guerra possibile ” “contro l’Iraq.” “” “

L’ipotesi di guerra contro l’Iraq pare tracciare un solco piuttosto netto tra la posizione interventista americana e l’Unione Europea che – ad eccezione del Regno Unito ed in misura minore della Spagna – continua a credere nella soluzione diplomatica. Se, da un lato, si può considerare che l’Europa, benché non ancora univocamente, si esprime con voce autorevole in maniera indipendente dall’alleato d’oltreoceano, dall’altro è opportuno riflettere sulle possibili conseguenze del diverso approccio alle relazioni internazionali. Abbiamo incontrato il politologo Emil Dumoulin dell’Università di Bruxelles per un commento. Come vede la situazione attuale dove Europa e Stati Uniti tirano la corda ognuno dalla sua parte? “La proroga concessa dall’Onu agli ispettori in Iraq rappresenta una vittoria dell’Europa sugli Stati Uniti. In un certo senso è così, perché se i Paesi europei si fossero “piegati” a Washington senza batter ciglio o quasi – come per i bombardamenti Nato in Serbia o per la meno criticabile invasione dell’Afganistan al fine di estromettere i Talebani – a quest’ora la Cnn starebbe con ogni probabilità trasmettendo immagini simili a quelle del 1991. Quella che il Ministro della difesa USA Rumsfeld ha definito la “vecchia Europa” (riferendosi a Francia e Germania in particolare ed alla loro minaccia di veto sull’intervento armato senza l’assoluta certezza della presenza in Iraq di armi di distruzione di massa o della tecnologia per produrle) ha tuttavia reagito diversamente. E con una fermezza tale che ha indispettito e forse anche un po’ sorpreso la Casa Bianca”. Quasi una prova di ‘forza’ da parte di Germania e Francia… “Sarebbe errato negare che parte del rifiuto dell’asse Berlino-Parigi (e con loro di altri, tra cui tutto il Benelux) ad affiancarsi a Bush non sia legato ad una “prova di forza”, la prima nel suo genere, per distinguersi politicamente ed accattivarsi per quanto possibile i Paesi mediorientali. Ed anche per marcare le distanze dal Regno Unito in un momento cruciale per il futuro politico dell’Unione Europea in cui lo stesso Tony Blair fatica a mantenere sia la leadership della sinistra democratica mondiale orfana di Clinton sia l’appeal interno. E’ stata altresì una prova di carattere: indirizzare il Consiglio di Sicurezza assecondando le richieste di Blix e di El Baradei di ulteriori ispezioni ha il doppio significato di riportare in auge la diplomazia per la risoluzione dei conflitti internazionali e di dire agli USA: “se avete le prove, mostratele al mondo intero”. E poi la paura di subire attentati di matrice islamico- fondamentalista sul proprio territorio e di dover gestire altrettanto imprevedibili frange estreme dei no-global è troppo grande. Vedremo il tutto quali conseguenze avrà”. Le conseguenze, appunto. Quale scenario si può ipotizzare? “Ora più che mai tutto è nelle mani di Saddam Hussein. Se ha le armi e non disarma, non vi saranno più scuse. Sta a lui decidere se rischiare un conflitto potenzialmente mondiale o se ritirarsi in esilio. Magari dorato in Russia, come gli è stato offerto. In caso l’Iraq si ostinasse a non cooperare convincendo così anche Francia, Germania, Cina e Russia (vedi la recente dichiarazione “minacciosa” di Putin) della necessità di bombardare, la Nato costituirebbe per l’ennesima volta il punto d’incontro. E gli screzi di questi giorni verrebbero probabilmente sotterrati in fretta. Se invece la guerra non dovesse farsi grazie al successo delle ispezioni Onu volute proprio dall’Europa, Bush potrebbe certo esultare per la dipartita di Saddam e la “vittoria dei valori occidentali”, ma dovrebbe ammettere la sconfitta della sua linea di politica internazionale. Una sorta di smacco che impedirebbe agli Usa di continuare a considerare la “vecchia Europa” come il fratello minore. Se e quando unita davvero, la “nuova Europa” acquisterebbe nuovo ed autorevole peso, che dovrà però essere in grado di gestire oltre che sul piano politico anche su quello economico e militare”.