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Il dialogo non si improvvisa” “

Islam in Europa: un documento di Ccee e Cec-Kek” “” “

Aiutare le Chiese a misurarsi con le sfide dell’incontro con i musulmani. Con questo obiettivo, il Consiglio delle Conferenze episcopali europee (Ccee) e la Conferenza delle Chiese in Europa (Cec-Kek) hanno pubblicato un documento redatto dal comitato “Islam in Europa”, composto da membri dei due organismi ecclesiali. Il testo si suddivide in sei capitoli: il primo fa il punto sulla società pluralista; il secondo rimanda alla Scrittura mentre nel terzo si analizzano i presupposti per una “Chiesa segno e sacramento di alleanza e fraternità”; il quarto passa in rassegna i tanti “pionieri del dialogo” lungo la storia. Nel quinto e sesto capitolo, il Comitato propone alcune tappe da percorrere nell’incontro con i musulmani e qualche suggerimento per la formazione dei cristiani. Il lavoro – premettono le Chiese – si ispira al Vangelo che “chiede di considerare ogni essere umano come fratello o una sorella e di amare i propri nemici. Lo scopo di questo testo è di proporre una riflessione e una pratica di comportamento: questa dovrà essere adattata a seconda del contesto e delle esigenze della testimonianza cristiana, in un mondo che non può restringersi al villaggio, alla città o alla nazione”. Di seguito qualche spunto. Il tempo dell’apertura. Charles de Foucauld, il pastore riformato Samuel Zwemer, il patriarca Athenagoras e Giovanni Paolo II, promotore degli incontri interreligiosi di Assisi. “Dopo il tempo dei pionieri – si legge nel documento – c’è il tempo delle istituzioni ecclesiali; occorrerebbe ora che questo spirito di apertura venisse assunto e portato a compimento da tutti i cristiani. La Chiesa intera deve attirare l’adesione della maggioranza, affinché si giunga, in campo interreligioso, al tempo dell’apertura all’altro nel rispetto delle convinzioni di ciascuno”. Tappe di dialogo. Ma questa apertura non può essere improvvisata. Occorre arrivarci per tappe. Il documento di studio ne prende in considerazione alcune. Innanzitutto, la Chiese fanno notare che non si può “tendere la mano” all’altro, se prima non si è presa “coscienza delle nostre ferite” e riconoscere che “Dio solo può operare la guarigione” delle memorie e “spingerci a guardare senza pregiudizi la fede e la vita dell’altro”. Entrare in dialogo non significa “considerare come valido tutto ciò che fa l’altro, ancor meno ritenere come ‘Vangelo’ tutto ciò che dice. È necessaria la vigilanza per valutare le differenze di fede e pratica religiosa. Chi trova tutto buono nell’altra comunità è un ingenuo o un ‘pauroso’ che teme la differenza. Non si tratta di sopprimere le differenze, ma gli steccati psicologici innalzati tra di noi”. Altra tappa per entrare in dialogo con l’Islam, è “avere il coraggio di non difendere più il passato costi quel che costi, ma di guardare se in questo passato noi siamo stati così perfetti come dicevano i nostri libri di storia e a volte dicono ancora”. Essere infine “fratelli e sorelle in umanità” e “credenti nell’unico Dio”, non significa essere uguali nel modo di credere. “Il rifiuto di accettare la differenza – sottolineano Ccee e Cec-Kek – ha portato gruppi di credenti a disprezzarsi e a farsi la guerra. Riconoscere la diversità è più facile quando abbiamo capito che non è necessario credere allo stesso modo per procedere insieme”. Accettando la diversità “noi smussiamo l’aggressività… nei confronti dell’altro credente ed evitiamo anche la trappola del sincretismo o del livellamento da parte della base”. Incontrare l’altro nella verità. “Per incontrare l’altro nella verità – scrivono le Chiese – bisogna sforzarsi di conoscerlo per poterlo raggiungere in ciò che egli è e in ciò che egli vuole essere”. Dunque, un altro presupposto del dialogo è la formazione. Le Chiese invitano le comunità cristiane a impegnarsi in una catechesi che non sia però “né offensiva né difensiva” ma che sappia guardare l’altro “con stima”. Il testo invita ad “ascoltare” le persone che all’interno della comunità cristiana, sono reticenti a un approccio verso i musulmani, avendo conosciuto le difficoltà e le sofferenze del rapporto con loro. Un paragrafo del documento è dedicato ai matrimoni interreligiosi, destinati “ineluttabilmente” ad aumentare: “forse – si suggerisce – faremmo bene a preoccuparci positivamente di queste coppie”. “Se avessimo meno paura gli uni degli altri – conclude così il documento – faremmo grandi cose”.