Dopo la caduta del regime comunista le comunità stanno rinascendo” “” “
“In Slovacchia la parrocchia è stata sempre un importante centro spirituale e culturale. Complice anche il territorio diviso in tanti piccoli comuni con solide comunità civili. Parroco e sindaco erano due autoritá rispettate da tutti. Nei secoli scorsi, poi, i seminaristi, provenienti in gran parte da povere famiglie slovacche, studiavano nelle migliori università del tempo – Vienna, Budapest, Insbruck, Roma. Ritornati in patria diventavano promotori anche della vita sociale e culturale. Molti grandi personaggi della storia, dell’arte e della letteratura slovacca erano membri del clero. Questa epoca ormai è solo un ricordo. Oggi dopo la caduta del regime comunista le parrocchie slovacche stanno lentamente rialzando la testa”. Con mons. Marian Gavenda , portavoce della Conferenza episcopale slovacca, vediamo come. Parrocchie sotterranee. “Il controllo violento e le severe limitazioni imposte dal regime ateo comunista su tutte le attività religiose hanno causato il crollo della vita parrocchiale in tutta la Slovacchia – ricorda mons. Gavenda -. Quasi tutte le diocesi sono state per lunghi anni sede vacanti. Era proibita l’amministrazione dei sacramenti e ogni altra attività di parrocchia. Tutto veniva fatto in modo ‘clandestino’. I parroci sviluppavano strutture parallele come esercizi spirituali in montagna e iniziative ecclesiali, lontane da occhi indiscreti”. Quartieri senza chiese. “A contribuire alla perdita del senso di appartenenza alla parrocchia – spiega il portavoce – è stato anche il periodo dell’emigrazione dalla campagna verso la città, coinciso con la nascita di grandi quartieri nelle periferie dei maggiori centri urbani. Grandi quartieri senza chiese. I fedeli erano costretti a venire in centro per frequentare la chiesa. E quasi mai la stessa. E’ sparito quasi del tutto lo spirito di comunità parrocchiale. Ed anche la stima nei confronti del sacerdote è calata. Ne aveva di più, sotto il comunismo, per il suo coraggioso atteggiamento verso il regime”. Ricominciare da zero. Il 1989, con la caduta del muro di Berlino, rappresenta una sorta di anno zero per le strutture ecclesiastiche sia diocesane sia parrocchiali. “Per i sacerdoti – continua mons. Gavenda – si sono riaperte nuove prospettive e nuovi compiti ai quali non sono ancora del tutto preparati come la catechesi, la formazione dei catechisti, il servizio negli ospedali… Nelle grandi parrocchie le iniziative sono rivolte ai praticanti, ovvero al 10-20% dei battezzati. In questo ultimo decennio è stato fatto un grande sforzo organizzativo ed economico per ricostruire le strutture necessarie per riprendere la vita ecclesiale. Delle attuali 4.125 chiese più di 700 sono state costruite negli ultimi 13 anni. Con le chiese sono stati costruiti anche centri parrocchiali per offrire spazio alle nuove e sempre meno anonime comunità parrocchiali”. “Tra le difficoltà da superare – riconosce Gavenda – c’è quella di una certa diffidenza verso i movimenti ecclesiali, che specialmente sotto il regime, avevano parzialmente perso il loro originale dinamismo. Migliore la collaborazione con gli ordini religiosi, sospesi durante il comunismo. Molti sacerdoti religiosi erano ufficialmente parroci di diverse chiese e sviluppavano clandestinamente le proprie attività. La diminuzione delle vocazioni sta creando problemi nell’amministrazione delle parrocchie che in molti casi vengono accorpate. Manca ancora una linea pastorale comune, ogni sacerdote si muove in modo autonomo così quando viene sostituito si deve ricominciare da capo. Bisogna approfondire e sviluppare le forme della pietà popolare poiché è segno e sorgente di una vita cristiana parrocchiale. E soprattutto bisogna passare dalla pastorale tradizionale a quella missionaria, dimostrando più interesse per i non praticanti”.