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Stato, Chiesa e democrazia” “

Il contributo dei vescovi al dibattito sulla laicità” “” “

“Responsabilità dello Stato ed esercizio dei culti in Francia” è il tema affrontato dal presidente della Conferenza episcopale francese, mons . Jean-Pierre Ricard , arcivescovo di Bordeaux, nel corso di una audizione tenutasi lo scorso 24 ottobre presso la Commissione per l’applicazione dei principi di laicità nella Repubblica francese, presieduta da Bernard Stasi. E in vista del centenario della legge di Separazione tra Stato e Chiesa, emanata nel 1905, i vescovi francesi dedicheranno la loro prossima assemblea di Lourdes (3-8 novembre) al tema “La Chiesa cattolica nella Francia di oggi, da un secolo all’altro”. Proponiamo una sintesi dell’audizione. La legge di Separazione. “La Chiesa cattolica ha rifiutato questa legge sin dalla sua promulgazione. Ne è stata traumatizzata, l’ha sentita ingiusta e discriminatoria. Per tre ragioni: la denuncia unilaterale del Concordato con la Santa Sede da parte del Governo, la messa in dubbio dei legami istituzionali secolari della Chiesa con lo Stato e la proposta di associazioni di culto il cui funzionamento sembrava contrario alla struttura gerarchica della Chiesa”. Secondo il presule, un cambiamento di opinione si registra però nel 1996 quando, in una Lettera ai cattolici francesi, i vescovi scrivono: “Accettiamo di porci come cattolici nel contesto culturale ed istituzionale odierno segnato marcatamente dall’emergenza dell’individualismo e dal principio di laicità”. Diversi i fattori che hanno determinato questo diverso apprezzamento. Da parte dello Stato “una rilettura della legge del 1905 che tende a facilitare la libertà di culto” e da parte della Chiesa “un lavoro di riflessione interna” sostenuto da due documenti del Concilio Vaticano II, la dichiarazione sulla libertà religiosa (Dignitatis humanae) e la costituzione pastorale su “La Chiesa nel mondo di oggi” (Gaudium et Spes) che ricordano “l’indipendenza della Chiesa e della comunità politica”. Una pratica di laicità. “La Chiesa non chiede una revisione della legge poiché si basa sul quadro stabilito dagli articoli 1 e 2 della legge e su dispositivi successivi (legge 1907, accordi 1923-1924). Questi assicurano “la libertà religiosa da parte della Repubblica, il libero esercizio del culto” e non riconoscono “sovvenzioni e salario a nessun culto”. “Questo testo fonda la neutralità e l’indipendenza dello Stato che non è sottomesso a nessuna convinzione filosofica o religiosa, non offre a nessun culto uno status privilegiato e non interviene nell’organizzazione dei culti. Lo Stato, dunque, rende possibili i culti e non solo vigila sui loro possibili eccessi”. “Questa pratica di laicità – secondo Ricard – ha favorito l’integrazione dei cattolici nella vita democratica francese”. Sull’uso del chador e sull’islam. “Circa l’uso del velo islamico e la proibizione nelle scuole di ogni simbolo religioso, bisogna evitare una legge che – ad avviso dell’arcivescovo – farebbe sentire discriminati molti musulmani. Regole vanno fissate ma in un clima di dialogo”. “Ma non è tanto la questione del velo quanto l’iscrizione del culto musulmano nella società francese” a suscitare la preoccupazione di mons. Ricard. In particolare la richiesta di luoghi di culto. “Tocca allo Stato garantire e facilitare il libero esercizio del culto? E come fare senza urtare quei francesi aderenti ad altre religioni o culture? All’applicazione di principi deve accompagnarsi una saggezza pratica”. Esiste poi la crescita di un islamismo che “fiorisce sulle difficoltà di integrazione della popolazione musulmana nella società francese. Con il rischio che alcuni trovino nell’Islam radicale la loro identità”. Ed infine da non sottovalutare la “difficoltà di molti musulmani di distinguere la legge religiosa da quella civile. Senza questa distinzione non si può iscrivere il culto islamico in una società democratica e pluralista”. “Tutto quello che la Repubblica francese ha fatto per tutto il XX secolo con realismo, vigilanza, senso politico del compromesso e con il dialogo sia portato avanti ancora nel terzo millennio”.